La Riviera di San Giulio, a volte menzionata anche come Riviera d'Orta o principato vescovile di San Giulio, fu un'entità statale autonoma esistita tra il 1219 ed il 1767, divenuta poi un feudo (con titolo principesco) sotto la sovranità sabauda dal 1767 al 1796, abolito de facto dall'occupazione francese e ripristinato fra il 1815 e il 1817, localizzabile con il bacino del lago d'Orta con l'eccezione di Omegna e del suo circondario (territori attualmente inclusi nelle province di Novara e del Verbano-Cusio-Ossola). Dipendente direttamente dal Sacro Romano Impero, fu concessa il 20 settembre 1219 dall'imperatore designato Federico II di Svevia al vescovo pro tempore di Novara Oldeberto Tornielli, che assunse il rango di conte della Dictio Sancti Iuli, tipico esempio di feudatario ecclesiastico del periodo medievale. Il titolo rimase al presule anche dopo la cessione volontaria che il cardinale Morozzo, vescovo di Novara, effettuò nel 1817 ai Savoia.
Storia Generalità
Uno stretto e complesso legame aveva caratterizzato per secoli i rapporti dell'episcopato novarese e la Riviera di San Giulio, terra posta in situazione centrale nella diocesi di San Gaudenzio, per cui i presuli novaresi dell'alto medioevo ebbero attenzione particolare, fondata su motivazioni di carattere religioso e di carattere strategico, fino a riuscire a fare di questa terra di rocce e di acque, fortemente intrisa di caratteri di sacralità, posta in un punto nodale della strada che da Novara portava oltralpe, e caratterizzata dalla presenza di una diversa, ma complementare via di transito costituita dal lago, la loro signoria temporale: la Dictio Sancti Iulii.
Così nel 1612 Carlo Bascapè, presentava nella sua Novaria la regione del Cusio, di cui era, quale vescovo di Novara, anche signore temporale, collegandola con il nome e il ricordo del missionario greco che aveva portato il messaggio cristiano in queste terre e facendo chiaro riferimento alla piccola isola che fronteggia Orta, centro fisico e ideale, vero acrocoro del piccolo Stato e da cui, in un certo senso, aveva preso avvio la storia della Riviera.Cotta
Dal regno longobardo all'impero sassone
Nei suoi studi relativi alle origini dello Stato di San Giulio il novarese Mario Bonfantini, rivisitando la precedente storiografia e analizzando le fonti, giunse, negli anni Sessanta del Novecento, a riflessioni fondamentali che fanno luce sulla situazione istituzionale della Riviera. Agli studi di Bonfantini, nel 1988 è seguito, ampliandoli il fondamentale saggio di Giuseppe Sergi che analizza la Riviera dall'inquadramento pubblico al costituirsi della signoria vescovile di San Giulio.
Viene fatta chiarezza su un periodo, quello compreso fra il tardo antico e gli avvenimenti legati all'assedio ottoniano del 962, per il quale erano state date versioni differenti e non sempre supportate da una attenta lettura dei documenti. La storiografia più antica sul Cusio ha posto attenzione, in ragione di alcune citazioni contenute all'interno di opere relative al regno longobardo, scritte in epoche ancora relativamente vicine allo svolgersi dei fatti, alla presenza di un ducato che facesse capo all'Isola di San Giulio.
Scrivono infatti Paolo Diacono e l'anonimo autore dellOrigo gentis Langobardorum che nel 590 Mimulfo «dux de insula Sancti Iulii» (in altri codici si scrive Sancti Iuliani) tradì il suo re, a favore del re franco Childeberto, e permise ai suoi uomini il transito attraverso la via del Cusio: il suo gesto, per sentenza del re Agilulfo, fu punito con la morte. In merito a questa esecuzione capitale il Cotta, nella sua Corografia, scrive: Secondo la storiografia locale il sarcofago di Mimulfo è da identificarsi con il plinto di colonna posto nella basilica dell'isola, collocato ai piedi del cinquecentesco bassorilievo che rappresenta la miracolosa navigazione di san Giulio verso l'isola infestata dai rettili, e ancora usato come cassetta per le offerte.
Il riferimento a un duca longobardo al cui nome fosse collegato quello dell'isola giuliana, potrebbe riferirsi ad una semplice provenienza o residenza geografica della persona di Mimulfo, e non dare per sicura l'esistenza di una circoscrizione territoriale il cui centro sia da collocarsi in tale isola. Tuttavia questa situazione potrebbe non essere improbabile, infatti dalle informazioni che esistono sulla ripartizione in ducati del Piemonte si rileva l'esistenza di centri ducali facenti capo a Torino, Asti e Ivrea. Il novarese, per logica avrebbe dovuto avere una copertura militare e amministrativa del proprio territorio, non esistono infatti cenni documentari che rimandino a sedi ducali a Novara o a Pombia (luogo che in seguito sarà centro di una distrettuazione carolingia), conclude, pertanto il Sergi:
Berengario II e Ottone di Sassonia: gli assedi dell'isola
Il racconto degli avvenimenti che portarono Ottone in Italia, quindi all'assedio dell'isola di San Giulio del 962 e le varie fasi di questo episodio guerresco, sono stati narrati in alcuni testi medioevali, nonché dal Muratori. Fra gli storici cusiani a fine Seicento il Cotta, e nell'Ottocento il Fara, ne scrissero ampiamente.
Gli episodi collegati territorialmente con l'isola del Cusio sono inseriti nella fase finale di un tentativo di autonomia di un regnum italicum che cerca di svilupparsi dopo la deposizione dell'ultimo carolingio, Carlo il Grosso (888), attraverso lotte di partiti avversi e il conferimento della corona italiana a vari personaggi, espressione delle potenti famiglie della penisola centro-settentrionale, tentativo naufragato definitivamente nello scontro con Ottone di Sassonia, che oltre a fregiarsi del titolo di sovrano d'Italia, riporterà sul proprio capo la corona imperiale.
Berengario d'Ivrea, discendente dalla famiglia franca degli Anscarici, il cui capostipite era stato creato marchese di Ivrea dal re Guido da Spoleto negli ultimi anni del IX secolo, nel 945 partecipò a Milano alla dieta dei più importanti domini italiani che elesse re d'Italia Lotario, e prese ad esercitare una grande influenza su di lui nel governo del regno. Alla situazione di fatto, dopo qualche anno seguì quella di diritto. Infatti la morte di Lotario, attribuita ad avvelenamento ordinato dallo stesso marchese d'Ivrea, favorì la strada di costui che, assieme al figlio Adalberto, nel 950 fu eletto re in Pavia. La situazione di Berengario non era certamente salda: rimaneva la vedova di Lotario, Adelaide (che la Chiesa ha proclamata santa e la cui Vita fu scritta da Odilone, famoso abate di Cluny) rifugiatasi nel castello di Canossa, che nonostante le insistenze mosse in particolare da Willa, moglie di Berengario e figlia del marchese di Toscana, rifiutava di sposare Adalberto e, soprattutto sussisteva lo scontento e la preoccupazione degli importanti vescovi dell'Italia Settentrionale. Sembrerebbe addirittura che alcuni di loro sollecitassero Ottone di Sassonia ad unire l'Italia ai suoi possedimenti; in quest'ottica sarebbe da leggersi la discesa in Italia di Liudolfo, figlio di Ottone, nel 951. Nello stesso anno, in Pavia, il titolo regale italiano fu conferito al signore sassone. Berengario ed Adalberto pararono il colpo, riuscendo a farsi comunque infeudare l'Italia, con atto dato ad Aquisgrana, l'anno seguente.Fara
Nel frattempo la regina Willa - che Odilone descrive nella Vita di Adelaide come una donna priva di scrupoli, che giungeva persino a colpire fisicamente la santa – tentava di costringere la vedova di Lotario al matrimonio col proprio figlio, non riuscendo nell'intento la fece rinchiudere in una torre sul lago di Garda, dove sarebbe certo morta, se con l'aiuto del prete Martino non fosse stata fatta fuggire in Germania, terra in cui sarebbe diventata sposa proprio di Ottone di Sassonia.
Approfittando anche degli impegni di guerra che Ottone aveva contro gli Ungari (che sconfiggerà definitivamente nel 955, acquistando grande prestigio militare e politico) i due Anscarici continuarono ad esercitare il potere con gli abituali metodi. Ripresero i soprusi su quanti sospettati di essere al corrente di come era morto il re Lotario, fra questi anche il vescovo di Cremona, Liutprando, che fuggì alla morte e si rifugiò alla corte tedesca. Le vessazioni erano dirette a molti sudditi e, addirittura si pretese che un membro per ognuna delle famiglie potenti fosse consegnato come ostaggio, a garanzia di fedeltà della stessa; furono inoltre sciolte le diete e vietate le riunioni, furono persino usurpate alcune proprietà vescovili. Così dovette avvenire anche per il castello dell'isola di San Giulio, su cui dovevano sussistere interessi episcopali.
Facendosi pesante la situazione italiana, sollecitato da signori laici e da vescovi, nel 957 Ottone decise di inviare un poderoso esercito in Italia, ponendovi a capo Liudolfo, il figlio avuto dalla prima moglie Edith d'Inghilterra. La reazione di Berengario, che continuava a mantenere le sue mire di autonomia, fu naturalmente quella di munire alcune piazzeforti, in particolare quella di San Giulio, dove si asserragliò. Liudolfo, conquistata con facilità la Lombardia, rimasta abbandonata, nell'estate del 957 portò assedio all'isola fortificata, dove Berengario s'era rinchiuso col figlio Adalberto, definita dallo storico Arnolfo municipium insulae Sancti Iulii, che come osserva l'Andenna è:
Liudolfo fu impegnato nell'operazione per due mesi, dovendosi scontrare con una situazione difficile, sia per la posizione della fortezza, praticamente emergente dal lago, sia per la poderosità della costruzione stessa. Secondo la tradizione mentre operava un tentativo di avvicinamento al castrum con un buon numero di barche, vide delle imbarcazioni venirgli incontro: portavano dei soldati ribelli, che gli volevano consegnare Berengario, tenuto da loro prigioniero. Ma Liudolfo, non desiderando vincere a quelle condizioni, rimandò Berengario nella fortezza. Poco dopo l'isola fu presa dal principe sassone, forse conquistata con le armi, forse ceduta da Berengario, che con il figlio fu lasciato libero.Rusconi I due si ritirarono nel castello di San Leo in Montefeltro, mentre Liudolfo rimase per un lungo periodo nel nord Italia, alloggiando nel castello di Pombia, che apparteneva alle corti regie o era residenza dell'apparato regio, e quindi era la logica base delle operazioni svolte in zona dal principe Liudolfo: conferma questa dell'appartenenza di Orta, all'interno dell'ordinamento post-carolingio, che la situazione della metà del X secolo rispecchiava, al comitato di Pombia. Nel castrum Plumbiae Liudolfo moriva forse avvelenato: i sospetti, naturalmente, caddero sullentourage di Berengario. Del resto il comitato di Pombia era una circoscrizione interna dove operavano i marchesi anscarici di Ivrea, che appartenevano allo stesso ceppo famigliare di Berengario. L'esercito tedesco, morto il suo comandante, si disperse, e Berengario II ebbe nuovamente campo libero alle sue azioni.
Nel contempo in Germania si era recato anche il vescovo di Milano Gualberto, a perorare la causa italiana, e a chiederei un intervento diretto al signore sassone. Nel 961 Ottone scese in Italia e fu investito con le insegne imperiali in Sant'Ambrogio, nel febbraio dell'anno successivo ricevette dal papa, a Roma, l'unzione imperiale. Di ritorno sostò a Pavia, che trovò abbandonata dagli Anscarici: Berengario era rinchiuso in San Leo, Adalberto in un'isola del Garda, l'altro figlio Guido si era asserragliato nella fortezza dell'isola Comacina, sul Lario e, infine, Willa, con il tesoro di famiglia, si era rifugiata nell'isola del Cusio, che per l'occasione era stata rinforzata nelle sue strutture difensive.