La ritina di Steller (Hydrodamalis gigas ), nota anche come vacca di mare di Steller, era un grosso mammifero marino erbivoro, oggi estinto. Era il rappresentante di maggiori dimensioni dell'ordine dei sirenii, che comprende i suoi stretti parenti attuali, ovvero il dugongo (Dugong dugon) e i lamantini (genere Trichechus), e «fatta eccezione per le grandi balene, probabilmente il più grande mammifero vissuto in tempi storici».

Venne scoperta dai naufraghi della spedizione guidata da Vitus Bering, che nel 1741 furono trascinati da violente tempeste sull'isola di Bering delle Commodoro, e furono costretti a restarvi fino all'estate successiva. Spinti dalla necessità di procurarsi il cibo, i naufraghi finirono per scoprire che quello sconosciuto lembo di terra ospitava una quantità di animali ignoti, tra cui anche la ritina di Steller, diffusa anche sull'altra isola delle Commodoro, ovvero quella del Rame. Il medico di bordo della spedizione guidata da Bering era il naturalista Georg Wilhelm Steller (1709-1746), che, durante il forzato soggiorno sull'isola, osservò attentamente i giganteschi sirenii, dandone poi una dettagliata descrizione e il nome.

Descrizione

La ritina di Steller era il rappresentante più grande dell'ordine dei sirenii e, forse, il mammifero di maggiori dimensioni mai esistito in epoca storica, cetacei esclusi. Secondo calcoli recenti, gli esemplari più grandi raggiungevano almeno gli 8 metri di lunghezza e i 10.000 kg di pesoScheffer, V. B. 1972. The weight of the Steller sea cow. J. Mamm. 53:912-14.. Grazie alle osservazioni effettuate da Steller, vi è un'idea riguardo alle dimensioni e all'aspetto dell'animale. Una femmina adulta che lui stesso fu in grado di misurare era lunga 752 cm dalla punta del naso all'estremità della pinna caudale. La sua circonferenza massima era di 620 cm e il suo peso venne stimato a circa 4000 kg.

Steller rimane l'unico naturalista che abbia osservato e descritto con ricchezza di particolari questi imponenti sirenii, per cui è interessante riportarne le parole esatte:

La testa era piccola rispetto al resto del corpo. La lunghezza condilobasale del cranio era di 638–722 mm e la larghezza zigomatica di 324–373 mmForstén, A., and P. M. Youngman. 1982. Hydrodamalis gigas . Mammalian Species, no. 165, 3 pp.; il bacino nasale, all'estremità, si estendeva ben oltre l'apertura oculare, e la scatola cranica era relativamente piccola. La coda presentava due lobi appuntiti che formavano una sorta di pinna caudale, simile a quella di un delfino. Come gli altri sirenii, la ritina di Steller non aveva arti posteriori o qualche traccia di protuberanza pelvica; aveva invece i tipici arti anteriori corti, simili a monconi. Quelle erano le sue uniche appendici. Le estremità di quegli arti avevano la pelle più spessa e più dura di tutto il corpo, tanto che sembravano delle specie di zoccoli di cavallo, solo un po' più appuntiti e più adatti per scavare.

Questi enormi sirenii nordici erano molto più grandi di quelli tropicali, avendo anche una pelle totalmente diversa. Alcuni lembi essiccati, che ancor oggi si possono osservare all'Istituto di Zoologia di San Pietroburgo (un altro campione conservato al Museo di Zoologia di Amburgo, erroneamente attribuito a questa specie, è risultato appartenere a un cetaceo), sono neri, completamente privi di peli, molto ruvidi e con numerosi solchi e rughe, e crivellati di cavità. La pelle della ritina di Steller doveva quindi essere abbastanza simile alla corteccia di una quercia annosa. È proprio ad essa che si deve il nome tedesco di questo animale, ovvero Borkèntier («animale corteccia»), nonché quello italiano; il termine ritina, infatti, deriva dal greco antico rhytis, che significa "grinza". Una pelle così robusta era d'altronde necessaria all'animale per evitare di ferirsi contro i blocchi di ghiaccio o i taglienti scogli. Come poté accertare lo stesso Steller, la ritina di Steller era infestata da parassiti, come il Cyamus rhytinae, un anfipode della famiglia dei ciamidi, che si fissava alla sua pelle formandovi le caratteristiche cavità imbutiformi, e i cirripedi, che producevano profonde ulcerazioni.

Dopo il ritorno in Kamčatka dei superstiti della spedizione, le isole del Commodoro divennero una stazione di scalo per i cacciatori di lontre marine e pinnipedi, che cominciarono ben presto a sfruttare le pelli della ritina di Steller: questi cacciatori, infatti, trasportavano dal continente tutta l'intelaiatura delle imbarcazioni, a eccezione del rivestimento esterno, che fabbricavano in luogo con la pelle dei sirenii. Le imbarcazioni costruite in questo modo erano più leggere, più veloci e meno sensibili al movimento della risacca rispetto a quelle con il fasciame di legno. La pelle della ritina di Steller venne utilizzata anche nella fabbricazione di calzature, in particolare per le suole: con ogni probabilità non si impiegava in questo caso la robusta parte esterna, ma lo strato sottostante più sottile.

Distribuzione e habitat La ritina di Steller, unica rappresentante del genere Hydrodamalis sopravvissuta fino ad epoca moderna, era presente in epoca storica attorno alle acque delle isole di Bering e del Rame, appartenenti al gruppo delle isole del Commodoro, nella parte occidentale del mare di BeringRice, D. W. 1977. A list of the marine mammals of the world (third edition). U.S. Natl. Mar. Fish. Serv., NOAA Tech. Rept. NMFS SSRF-711, III + 15 pp.. Resti risalenti al Pleistocene appartenenti alla stessa specie sono stati rinvenuti anche sull'isola di Amchitka nelle Aleutine e nella baia di Monterey, lungo le coste della California. Resti di una specie simile vissuta nel Pliocene, H. cuestae, sono stati ritrovati in Giappone, California e Baja CaliforniaDomning, D. P. 1978. Sirenian evolution in the North Pacific Ocean. Univ. California Publ. Geol. Sci. 118:1-176.. Resti ancora più antichi indicano che la linea che condusse a Hydrodamalis si era separata dagli altri Dugongidi nell'Oligocene superioreDomning, D. P. 1994. A phylogenetic analysis of the Sirenia. Proc. San Diego Soc. Nat. Hist. 29:177-89..

Biologia Steller non si limitò tuttavia a riconoscere l'utilità delle ritine, ma ne studiò a fondo anche le abitudini; le coppie apparivano molto unite, e durante il pascolo gli adulti formavano un vero e proprio cerchio attorno ai piccoli.

La ritina era l'unico Sirenio di epoca moderna ad essersi adattato a vivere in acque fredde. Al momento della sua scoperta essa era piuttosto numerosa nelle acque poco profonde e tra le isolette circostanti le coste dell'isola di Bering. Si nutriva pascolando nei letti di kelp e nelle vaste distese di alghe marine che crescevano nelle acque basse. Si spostava lentamente e non aveva alcuna paura dell'uomo. Dalle testimonianze raccolte da Steller apprendiamo inoltre che:

Estinzione

Il fatto che i naufraghi della spedizione di Bering si siano nutriti, per sopravvivere, anche delle ritine di Steller non ha certo contribuito in misura rilevante allo sterminio della specie. Durante la permanenza sull'isola, Steller e i suoi compagni constatarono anche che le carni e il pannicolo adiposo dei Sireni uccisi contribuivano in misura determinante alla guarigione dei marinai colpiti da scorbuto. Secondo Steller, il grasso di questi animali è qualitativamente superiore al

Quando i superstiti della spedizione tornarono in Kamčatka, e si diffuse la notizia della scoperta di nuove isole nel mare di Bering, numerosi cacciatori di pellicce partirono alla volta di queste terre per catturare lontre marine, otarie e volpi azzurre. Le ritine di Steller non erano infatti le prede più ambite dai cacciatori, che approdarono temporaneamente sulle Commodoro solo per terminare la costruzione delle loro scialuppe e per raccogliere abbondanti provviste di carne, in modo da poter proseguire tranquillamente fino alle Aleutine e alle coste dell'Alaska. I cacciatori non trovavano nessuna difficoltà nell'uccidere questi inermi Sirenii: dopo essersi portati con un'imbarcazione in mezzo a un branco intento a pascolare nell'acqua bassa, gli uomini conficcavano l'arpione nelle carni di un animale, e quindi lo trascinavano e lo abbandonavano sulla riva fino a che non era completamente stremato dalla perdita di sangue; i cacciatori lo finivano allora a colpi di pugnale. Per trascinare l'animale arpionato sulla riva erano necessari trenta uomini; se la femmina e il piccolo lo seguivano, nel tentativo di soccorrerlo, venivano anch'essi uccisi.

Tra il 1743 e il 1763, circa 19 gruppi di cacciatori di pellicce, ciascuno comprendente da 20 a 50 uomini, soggiornarono per l'intera stagione invernale sull'isola di Bering, mentre altri svernarono sull'isola del Rame. Attorno a quest'ultima le ritine scomparvero completamente già verso il 1754, mentre sembra che l'ultimo rappresentante della specie sia stato abbattuto nel 1768 da un cacciatore di nome Ivan Popov presso l'isola di Bering. Tutte le successive notizie risalenti ad avvistamenti di Sirenii nel mare di Bering sono senza dubbio inesatte: si trattava infatti, con ogni probabilità, di femmine di narvalo. L'ultima segnalazione, recentissima, risale al 1960 e si deve all'equipaggio di un peschereccio russo che nei pressi di capo Navarin (nella parte settentrionale del mare di Bering) aveva avvistato alcuni animali acquatici di grosse dimensioni; sui giornali essi vennero indicati come «sirenii». Secondo le ricerche compiute dallo zoologo russo Heptner, anche in questo caso doveva però trattarsi di cetaceiHeptner, V. G. (Vladimir Georgievich); Nasimovich, A. A; Bannikov, Andrei Grigorevich; Hoffmann, Robert S. Mammals of the Soviet Union Volume: v. 2, pt. 1a (1988) Washington, D.C. : Smithsonian Institution Libraries and National Science Foundation.

Lo scopritore del passaggio a nord-est, lo svedese Adolf Erik Nordenskiöld, durante un viaggio compiuto nel 1878-1879 fece scalo alle isole Commodoro, ove raccolse un gran numero di ossa della ritina di Steller. Egli ricorda l'esistenza di «un ultimo sirene», che gli abitanti dell'isola di Bering avrebbero visto nel 1854: le accurate indagini svolte dal biografo di Steller, il norvegese Leonhard Stejneger, hanno tuttavia dimostrato che si trattava in realtà di un narvalo. Oltre che per le ossa e i lembi di pelle conservati in taluni musei, conosciamo la ritina di Steller soltanto in base ad alcuni disegni dell'epoca.

Certamente all'epoca della scoperta da parte di Steller la specie era già sulla via dell'estinzione naturale, ridotta a un numero limitato di superstiti che sopravvivevano in una singola area isolata e circoscritta. Secondo Leonhard Hess Stejneger, il numero di ritine al momento del naufragio della spedizione di Bering doveva attestarsi intorno alle 2000 unitàLeonhard H. Stejneger, How the Great Northern Sea-Cow (Rytina) Became Exterminated, The American Naturalist vol.21 No. 12, Dec. 1887 pag. 1049 1049. S. T. Turvey e C. L. Risley, tuttavia, non concordano su questo dato, e nel 2005 hanno elaborato un modello matematico, il cui risultato è stato che una popolazione iniziale di 2000 individui, sottoposta a una tale improvvisa pressione venatoria, si sarebbe estinta diversi anni prima del 1768, anno dell'ultima cattura certa. I dati forniti dal modello hanno permesso ai due studiosi di quantificare l'entità iniziale della popolazione di ritine delle isole del Commodoro in circa 2900 capiS.T. Turvey e C.L. Risley, Modelling the extinction of Steller's seacow, Biology Letters, 2005. Il fatto che l'uomo abbia sterminato completamente tale specie appena 27 anni dopo la sua scoperta costituisce uno dei capitoli più tristi nella storia della zoologia.