Lotta Femminista (inizialmente denominata Movimento di Lotta Femminile) è stata un'organizzazione politica del femminismo della seconda ondata, attiva in Italia tra il 1971 e il 1974.
Fondata a Padova da militanti provenienti dall'area dell'operaismo, si distinse nel panorama politico degli anni settanta per aver teorizzato la centralità del lavoro riproduttivo e di cura non retribuito come elemento essenziale dell'accumulazione capitalistica e per aver promosso, insieme ad attiviste di altri paesi, la Campagna internazionale per il salario al lavoro domestico. Storia
Origini (1971) Il nucleo originario di Lotta Femminista, inizialmente denominato Movimento di Lotta femminile, si costituì a Padova nel giugno del 1971, all'indomani del primo Convegno nazionale dei gruppi femministi svoltosi a Milano presso la Società Umanitaria.
L'iniziativa fu promossa da militanti provenienti dall'area dell'operaismo e dall'esperienza politica maturata nel polo industriale di Porto Marghera con Potere Operaio, tra cui Mariarosa Dalla Costa, assistente di Antonio Negri presso l'Istituto di Dottrina dello Stato della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Padova.
Nel corso di un'assemblea di donne organizzata presso la sede di Potere Operaio, Dalla Costa presentò la bozza del saggio Donne e sovversione sociale sul ruolo del lavoro domestico non retribuito come elemento strutturale dell'accumulazione capitalistica. All'incontro partecipò anche l'attivista statunitense Selma James, conosciuta da Dalla Costa durante un soggiorno a Londra nel 1970 e con la quale aveva avviato una fitta interlocuzione teorica ed epistolare.
Secondo il ricordo della stessa Dalla Costa, il nome Movimento di Lotta femminile venne adottato in modo sostanzialmente improvvisato durante quella prima fase di costituzione del gruppo.
La nascita della campagna per il salario al lavoro domestico (1971-1972) Nel luglio del 1971 il nucleo redasse il Manifesto Programmatico per la lotta delle casalinghe nel quartiere, pubblicato in italiano e in inglese con l'obiettivo di favorire collegamenti con realtà femministe di altri paesi. Il documento si articolava in una parte teorica, incentrata sul valore economico non retribuito del lavoro domestico nel sistema capitalistico, e in una parte programmatica, avanzando rivendicazioni quali la socializzazione delle attività di cura, l'estensione dei servizi sociali e la remunerazione del lavoro domestico a carico dello Stato o dei comuni.
La pubblicazione, nel marzo 1972, del volume Potere femminile e sovversione sociale, contenente lo scritto di Dalla Costa Donne e sovversione sociale, la traduzione del testo di James Il posto della donna e il documento Maternità e aborto prodotto dal gruppo padovano, contribuì alla diffusione internazionale di queste elaborazioni teoriche, divenendo uno dei testi di riferimento del femminismo degli anni Settanta.
Nel luglio dello stesso anno il gruppo, che nel frattempo aveva assunto il nome di Lotta Femminista, organizzò a Padova un convegno internazionale a cui parteciparono delegate provenienti da diversi paesi. L'incontro segnò la costituzione del Collettivo Internazionale Femminista (CIF), coordinato da Mariarosa Dalla Costa, Selma James, Silvia Federici e Brigitte Galtier, e sancì l'avvio ufficiale della campagna politica globale per il salario al lavoro domestico, trasformando il nucleo padovano nel principale snodo italiano di una rete transnazionale per il salario domestico.Silvia Federici, Il punto zero della revolution. Lavoro domestico, riproduzione e lotta femminista, Verona, Ombre Corte, 2014, pp. 15-22.
La rottura con la sinistra extraparlamentare Il progressivo distacco di Lotta Femminista dalle organizzazioni della sinistra rivoluzionaria maturò a partire dalla convinzione che queste ultime non fossero in grado di riconoscere la specificità dello sfruttamento e della subordinazione femminile e le donne come soggetto politico, incentrando la lotta di classe esclusivamente sulla figura dell'operaio maschio di fabbrica.
Il processo di autonomizzazione si sviluppò con tempi e modalità differenti nelle diverse realtà locali, costituitesi in diverse città italiane dopo la diffusione degli scritti del gruppo padovano. L'accelerazione verso la rottura definitiva avvenne pochi mesi dopo i cosiddetti "" a Roma. In quell'occasione, durante un convegno separatista sull'occupazione femminile organizzato da Lotta Femminista, militanti di Potere Operaio romano aggredirono fisicamente le donne presenti per contestare il carattere escludente dell'incontro.
Questo episodio di violenza rese palese l'incomunicabilità tra il neofemminismo e la sinistra extraparlamentare, portando le ultime aderenti a Lotta Femminista ancora iscritte a Potere Operaio ad abbandonare l'organizzazione nel settembre 1972. Da quel momento, il gruppo rivendicò con forza la scelta del separatismo e l'identità di "femministe-marxiste", spostando il baricentro del conflitto dalla fabbrica al "sociale". La casa e il quartiere vennero definiti come i nuovi luoghi della produzione e della sovversione, estendendo le categorie marxiane alla riproduzione della forza-lavoro.
Diffusione territoriale Oltre che per aver posto alla base della propria teoria politica l'analisi della divisione sessuale del lavoro capitalista, Lotta femminista si distinse dagli altri gruppi per la sua prospettiva internazionale, la sua struttura "molecolare" nel territorio e una decisa proiezione verso l'intervento sociale.
In seguito alla diffusione dei primi documenti teorici, Lotta femminista si espanse rapidamente in altre città del Centro-Nord, soprattutto nel Triveneto ed Emilia-Romagna e in alcune zone del sud. A livello nazionale l'organizzazione mantenne una struttura coordinata attraverso incontri regolari e fitte scadenze politiche.
Le iniziative territoriali si ponevano l'obbiettivo di saldare la rivendicazione teorica del salario con lotte concrete legate ai bisogni immediati delle donne, adattando la propria proposta politica alle specifiche realtà locali.
A Ferrara, ad esempio, il gruppo concentrò la propria azione sulla denuncia delle pratiche mediche autoritarie e della violenza ostetrica presso il reparto maternità dell'ospedale Sant'Anna, culminata nella pubblicazione dell'opuscolo Basta Tacere! (1972); il gruppo realizzò inoltre tra il 1974 e il 1978 un asilo nido autogestito per sopperire alla carenza di servizi istituzionali.
Nel nucleo di Padova, considerato il centro teorico dell'organizzazione, la militanza si espresse attraverso inchieste "porta a porta" volte a politicizzare il lavoro invisibile delle casalinghe e nella fondazione di uno dei primi consultori femministi autogestiti in Italia, oltre a guidare la mobilitazione nazionale per il processo a Gigliola Pierobon del 1973.
L'intervento a Milano, dove il gruppo non abbandonò mai la pratica dell'autocoscienza, vide le attiviste impegnate nel sostegno alle ragazze madri minacciate di sfratto dagli istituti della Provincia nel 1973 e nella collaborazione con le lavoratrici dell'ENI per la rivendicazione del salario pieno per i contratti part-time.
Tra Mestre e Venezia l'azione si focalizzò nei quartieri contro l'inadeguatezza degli spazi scolastici e trovò un momento di alta intensità simbolica nell'occupazione di piazza Ferretto nel marzo 1974, volta ad affermare la centralità politica del lavoro domestico in uno spazio storicamente legato al movimento operaio maschile. Ad Udine il comitato sostenne le operaie della fabbrica Solari in una vertenza per il riconoscimento del diritto alla prevenzione e alla cura ginecologica, denunciando l'usura fisica del corpo femminile tra produzione e riproduzione.
L'esperienza di Gela in Sicilia, infine, si distinse per un capillare lavoro sociale nei quartieri poveri e il contatto diretto con le braccianti agricole, con l'obiettivo di denunciare lo sfruttamento economico derivante dalla "doppia giornata" lavorativa in contesti privi di adeguati servizi sociali.
Lotta Femminista produsse e curò la diffusione di opuscoli e riviste, tra cui Quaderni di Lotta Femminista, fondati nel 1972, e il bollettino Le operaie della casa (1975)Collettivo Internazionale Femminista, Le operaie della casa, Padova, Marsilio Editori, 1975., utilizzato per coordinare i gruppi territoriali e per fare controinformazione sui temi del lavoro casalingo, della maternità e dei diritti riproduttivi, oltre a numerosi opuscoli per uso militante e, con una certa continuità, lavori di analisi teorica.
L'organizzazione comprendeva anche un gruppo teatrale e uno musicale. Laura Morato, componente della sezione padovana, compose per il movimento brani musicali basati sulla rielaborazione in chiave femminista di canti di protesta e ninne nanne tradizionali italiane. Eseguite insieme al gruppo folk Il Canzoniere Femminista, tali composizioni costituirono la colonna sonora della campagna italiana per il salario al lavoro domestico. Nel 1975 il gruppo incise con l'etichetta I Dischi dello Zodiaco l'album Canzoni di donne in lotta, la cui copertina raffigurava un corteo di donne con uno striscione recante lo slogan per il salario al lavoro domestico.
Il processo Pierobon (giugno 1973) Il processo a Gigliola Pierobon (giugno 1973) costituì uno dei momenti di maggiore visibilità pubblica di Lotta Femminista e contribuì a spostare l'attenzione del movimento sui temi dell'aborto e dei diritti riproduttivi.
L'imputata, una giovane ex operaia di 23 anni, era accusata di aver abortito nel 1967, quando era ancora minorenne, in base al Codice Rocco di epoca fascista che puniva l'interruzione di gravidanza come un «reato contro l'integrità e la sanità della stirpe». Sostenuta da un collegio di difesa che includeva l'avvocata e attivista Bianca Guidetti Serra e dalle compagne di Lotta Femminista, Pierobon scelse di trasformare il dibattimento in un caso pubblico e politico, denunciando la solitudine e la povertà che l'avevano spinta alla scelta.
Durante i giorni del processo, il primo per il reato d'aborto gestito dalle donne come momento di mobilitazione politica, centinaia di femministe provenienti da diverse città italiane presidiarono il tribunale padovano autodenunciandosi collettivamente con lo slogan «Abbiamo tutte abortito». Il processo si concluse il 7 giugno 1973 con l'applicazione del perdono giudiziale poiché l'imputata era minorenne all'epoca dei fatti; tale formula evitò la detenzione pur mantenendo inalterato l'impianto sanzionatorio della legge.
Il processo Pierobon rivestì una notevole importanza nella storia del femminismo italiano contribuendo alla crescita, al consolidamento e alla visibilità pubblica del movimento femminista e rendendo l'aborto una questione centrale per l'intero movimento. Lotta Femminista svolse un ruolo chiave nella mobilitazione delle donne a livello locale e nazionale a sostegno dell'imputata e contribuì a trasformare il processo in un evento mediatico fortemente politicizzato.
L'ampia risonanza del processo e della mobilitazione che lo accompagnò coincise tuttavia con un'accelerazione delle divergenze teoriche e strategiche interne al nucleo fondatore di Padova, che un mese dopo l'avvio del processo si divise in due tronconi, Padova 1 e Padova 2. Il Centro Femminista (Padova 1) ritenne che l'esperienza del processo confermasse la centralità delle lotte sul corpo, sulla sessualità, sull'aborto e sui consultori autogestiti, mentre il Comitato per il Salario al Lavoro Domestico (Padova 2) continuò a considerare la rivendicazione salariale il terreno politico prioritario, sostenendo che l'autonomia delle donne dovesse fondarsi anzitutto sulla trasformazione dei rapporti economici legati alla riproduzione sociale.
Il Volantone (settembre 1973) e il dibattito nel movimento femminista