La colonizzazione slava dell'Italia meridionale ha riguardato popolazioni slave meridionali di lingua serbo-croata: essa ebbe inizio nel 642 con uno sbarco a Siponto, rapidamente respinto dai Longobardi. Fu tuttavia nel X secolo che le popolazioni slave si affermarono, dapprima nell'area del Gargano: nel 926 Michele Višević conquistò Siponto e la mantenne per almeno un decennio; nello stesso periodo, il reggente di Vieste portava il titolo slavo di Zupano.
La crescita dell'economia italiana dopo la rinascita dell'anno Mille portò ad un aumento di queste migrazioni, specie dalle aree più povere della costa. Esse raggiunsero il loro apice con l'espansione ottomana nell'area balcanica. Inoltre, sino al XV secolo, migliaia di slavi, generalmente accusati di eresia bogomilita in patria, furono commerciati come schiavi verso l’Italia meridionale e in Sicilia. Sebbene le autorità ragusee avessero vietato tale pratica, il trasporto di persone in condizioni di servitù tra le due sponde dell’Adriatico non cessò del tutto.
Gli ultimi discendenti dei coloni slavi in Italia, in larga parte estinti entro il XIX secolo, sono i croati del Molise. Pur essendo un fenomeno prevalentemente meridionale, si formarono comunità anche nell’Italia centrale, in città come Ancona, Recanati e, principalmente per ragioni religiose, a Roma.
Origine Si ritiene che le prime colonizzazioni fossero di origine dalmata, probabilmente a seguito dei fiorenti commerci con le città dell'Adriatico italiano. Esse cessarono nel XVI secolo, quando la Repubblica di Venezia assunse il monopolio dei commerci con la Dalmazia, mentre Ragusa favorì quelli con l’Impero ottomano, provocando l’assimilazione delle colonie slave nella popolazione latina circostante.
Sempre alla mediazione della Dalmazia sono attribuite le colonizzazioni dei secoli XII-XIII: è probabile che il Regno di Napoli abbia richiesto ai commercianti di favorire l'immigrazione dalle aree slave al fine di ricolonizzare i territori devastati da pestilenze o disastri naturali.
Il secondo fenomeno migratorio, databile ai secoli XV-XVI, è invece collegato all’espansione dell’Impero ottomano nei Balcani, che portò alla fuga che provocò la fuga di numerosi slavi e albanesi dalle zone costiere, facilmente raggiungibili dall’Italia. Secondo Rešetar, le migrazioni dall’area serbo-croata potrebbero essere iniziate già nel 1463, anno della conquista turca della Bosnia e dell’inizio della pressione sulle popolazioni costiere. Lo Stato raguseo, sopraffatto dal gran numero di profughi, in vari casi ne finanziò il trasporto via nave verso l’Italia, arrivando persino a obbligare i propri cittadini diretti in Italia a portarli con sé.
Nel caso degli slavi molisani essi originavano da zone già di religione cattolica e di rito romano e vari elementi linguistici e culturali permettono di identificare con ragionevole certezza l'area d'origine con il litorale di Macarsca, ossia l'area tra i fiumi Cettina e Narenta.
Storia Le prime incursioni
Tra il 9 e il 10 luglio 642 truppe slave sbarcarono a Siponto, dove vennero sconfitte dai Longobardi presenti. Tale evento è narrato da Paolo Diacono, che attesta come gli invasori uccisero il duca Aione I, poi vendicato dal fratello Radoaldo. Questi trasse in inganno gli aggressori parlando nella loro lingua, probabilmente appresa da ragazzo nel Friuli, uccidendone molti e costringendo gli altri alla fuga. Secondo alcune fonti e secondo il bizantinista André Guillou, tali slavi sarebbero stati sostenuti dai Bizantini, interessati alla posizione strategica del porto, e, in generale, alla colonizzazione slava della zona nell’ambito delle loro relazioni con Venezia. Tale sostegno mirava anche a rafforzare la posizione bizantina in Europa occidentale, minacciata da vari eventi contemporanei.
Tra il IX e il X secolo, gli Slavi compirono numerose incursioni nel Sud Italia, spesso come pirati o come mercenari al soldo dei Saraceni. Una spedizione in Calabria guidata da Vukašin fu arrestata, mentre ebbero maggiore successo le incursioni di Sabir, originate dall’Africa contro la Sicilia tra il 927 e il 930. Esse lasciarono a Palermo una comunità slava con un proprio quartiere, detto “degli Schiavoni”, all’epoca tra i più importanti della città, e una chiesa. Gli Slavi coinvolti erano probabilmente schiavi dei Saraceni, ma alcuni avrebbero volontariamente abbracciato l’Islam, perfino tra le schiere cristiane chiamate da Basilio I il Macedone a difesa dell’Impero bizantino. L’Impero fu di particolare importanza nella prima fase delle migrazioni, e alla sua caduta nel Sud Italia, a favore dei Normanni, corrispose la fine di detta fase.
Gli Slavi assaltarono Brindisi nel 922 e vi tornarono nel 926; dopo la presa di Siponto, nel 928 giunsero a Otranto, risalendo poi la costa fino a Termoli, guidati da Sabir o Sain.
Dopo l’anno Mille, pur con una generale pacificazione dei rapporti tra Slavi e italiani, molti continuarono a intraprendere attività militari al servizio di signori locali o stranieri.
La colonizzazione pacifica di popolazioni serbo-croate Dall'XI secolo i fenomeni di colonizzazione slava assunsero un carattere pacifico, legati al commercio o alla necessità di ripopolare le aree soggette a epidemie o disastri naturali. Particolarmente rilevante in queste migrazioni fu l'espansione ottomana nei Balcani, che portò varie popolazioni dell'area, principalmente slavi e albanesi ma anche occasionalmente greci, a cercare rifugio in terre cristiane. I documenti del Regno di Napoli iniziano a menzionare la presenza di slavi nel XII secolo: pur sparuti e non organizzati in colonie permanenti, essi erano talvolta impiegati anche in compiti militari.
La tradizione lega l'emigrazione anche alla figura di Giorgio Castriota, in parte di origini slave, e dunque alle migrazioni albanesi contemporanee. Tuttavia, talvolta sorsero conflitti tra le comunità slava e albanese, e la loro percezione da parte della popolazione locale variava: a volte unitaria, a volte distinta tra i due gruppi.
L'Abruzzo
Risale al 1290 la prima menzione di insediamenti slavi nei pressi di Vasto, in un documento fiscale trovato da Rešetar che menziona gli "Slavi cum casalibus". Nella città abruzzese, il cui porto era collegato alla Dalmazia per ragioni commerciali, i coloni fondarono la chiesa di San Nicola degli Schiavoni, costruita nel 1362 e demolita nel 1638. Nel 1522 cinquanta delle quasi ottocento famiglie ivi residenti erano slave. Anche il vicino abitato di Cupello risultava colonizzato da slavi nel XVI secolo, che mantenevano la propria lingua e tradizione religiosa.
L'arcivescovo Anton Ludovico Antinori menziona rilevanti migrazioni dall'Illiria dopo il primo attacco ottomano su Scutari nel 1464, che portarono a una colonizzazione slava di Cupello, Villalfonsina, Caldara, Casacanditella, Mozzagrogna, San Vito Chietino e, nel territorio di Lanciano, Stanazzo, Santa Maria in Bari e Scorciosa: proprio a Lanciano sorsero numerosi conflitti tra slavi e italiani e nel 1488 re Ferdinando II di Napoli ne ordina l'espulsione. A Schiavi di Abruzzo, la cui colonizzazione è suggerita dal nome attestato sin dal 922, si parla di una presenza più antica.
Sino al 1900 gli abitanti di tali paesi erano noti ai vicini, nel locale dialetto romanzo, come Schiavune.
La tradizione orale di Cupello ricorda la costruzione di un villaggio nelle vicinanze di Monteodorisio, da cui poi gli slavi sono fuggiti a causa delle molestie dei vicini intorno al 1500 per fondare il nuovo abitato.
Vari altri abitati dell'Abruzzo Citra videro una colonizzazione balcanica, ma non è possibile definire con certezza se si trattasse di albanesi o slavi: infatti al tempo la popolazione soleva non distinguerli, riferendosi ad essi genericamente come "Schiavoni".
L'italianizzazione delle popolazioni slave dell'Abruzzo è completata per la fine del XVIII secolo, esclusa per la frazione di Cappelle sul Tavo, fondata nel territorio di Moscufo nel XVII secolo da coloni balcanici provenienti, oltre che dalle aree serbo-croate, anche dall'Albania.
I fenomeni migratori nelle Marche Ad Ancona nel XIV essi erano ufficialmente dotati di diritti civili e nel 1439 costituiscono una propria unione. Quando nel 1487 papa Innocenzo VIII ordina l'espulsione di tutti gli "Schiavoni e Morlacchi" dalla città, essa si rifiuta sulla base che farlo avrebbe causato la rovina di essa, espellendoli però dalla vicina Osimo e rifiutandosi di accoglierne altri, tant'è che già nel 1510 non vi sono ulteriori menzioni di profughi slavi e si trova l'ultima citazione della componente slava del corpo civico.
A Recanati, nel 1437, furono adottate misure contro gli albanesi “attesa la loro malignità”, nelle quali furono coinvolti anche gli Slavi, spesso non distinti dalla popolazione latina. Nel 1456 fu deliberata l’espulsione di tutti i profughi accolti dopo il Natale dell’anno precedente. Nonostante ciò, la comunità slava sopravvisse: nel 1479 era attiva una fratellanza di Slavi, mentre nello stesso anno, a causa del pericolo di peste, fu nuovamente imposto il divieto d’ingresso per Slavi e Albanesi.
Gli slavi dalla Puglia a Basilicata, Campania e Calabria La Puglia fu il primo territorio di sbarco degli Slavi nel Meridione d’Italia: dopo una prima campagna fallita contro i Longobardi a Siponto, la spedizione del 926, guidata dal signore di Zaclumia, Michele Višević, ebbe invece successo, portando alla conquista della città per almeno un decennio. Siponto continuò a essere meta di migrazioni tra il XIII e il XVI secolo. Nel 1432 è attestata una via degli Schiavoni, corrispondente all’attuale via della Tribuna, e le fonti menzionano gli Schiavoni come osti, trasportatori e barcaroli attivi nei commerci interadriatici, soprattutto con Ragusa di Dalmazia. Nel secolo successivo si registrò un forte incremento della popolazione balcanica — in netta maggioranza slava, ma con anche gruppi albanesi — che nel censimento del 1558 raggiunse quasi il 48% della popolazione locale. Si ritiene che il sacco ottomano del 1620 abbia causato la morte di molti Schiavoni e il ritorno dei superstiti nella madrepatria.
Nel Gargano si registra una presenza slava significativa tra il X e l’XI secolo, con famiglie di possidenti, talvolta titolari del rango di zupano, documentate nelle zone di Vieste e del lago di Varano, accanto a numerosi coloni impegnati nelle attività agricole. All’XI secolo risale la realizzazione di un salterio illustrato in cui i santi Pietro e Paolo sono raffigurati con in mano rotoli recanti iscrizioni in lingua slava. Anche l'area del lago di Lesina ha visto una colonizzazione slava nello stesso periodo di tempo.
L’abitato di Devia, dotato in origine di una certa autonomia ed eletto anch’esso a sede di uno zupano, vide tale status revocato con l’arrivo dei Normanni: la locale chiesa di Santa Maria aveva legami con monasteri dell'area dalmata e si suppone che vi fossero cittadini e sacerdoti provenienti dalla Rascia.
Dal punto di vista giuridico, i coloni slavi si integrarono rapidamente con il diritto longobardo vigente nel territorio, completando il processo di assimilazione entro il XII secolo. Anche Ischitella risulta essere stata verosimilmente rifondata da gruppi slavi nel X secolo, in seguito alla cacciata dei Saraceni.