San Sebastiano soccorso, o San Sebastiano curato da santa Irene, è un dipinto a olio su tela (179 x 225 cm) realizzato dal Guercino nel 1619 e conservato alla Pinacoteca nazionale di Bologna. Storia Nel secondo volume della Felsina pittrice, Carlo Cesare Malvasia riporta che nel 1619 Guercino fu convocato dal cardinale legato Giacomo Serra a Ferrara, «dove fece molti quadri», tra cui il Ritorno del figliol prodigo conservato al Kunsthistorisches Museum e «un S. Sebastiano ferito, quando vien curato, con diverse figure». Il dipinto rientrava in un gruppo di almeno cinque opere realizzate tra il 1619 e il 1620 per il cardinale Serra, commissioni che contribuirono alla crescente fortuna del pittore negli anni immediatamente precedenti alla sua nomina a cavaliere della Milizia aurata.

A partire dalla successiva presenza dell'opera a Palazzo Caracciolo-Carafa, sulla Riviera di Chiaia a Napoli, Denis Mahon ne ricostruì le vicende collezionistiche, ipotizzando che il dipinto fosse giunto nel Regno di Napoli attraverso uno dei matrimoni fra le famiglie Serra e Caracciolo, dopo il trasferimento a Cassano nel 1631 di Giovan Francesco Serra, cugino del cardinale. La tela riemerse quindi sul mercato antiquario romano e fu battuta all'asta da Christie's a Villa Miani, a Roma, il 15 ottobre 1970. In questa occasione l'opera fu acquistata dallo Stato, su iniziativa di Cesare Gnudi, per essere destinata alla Pinacoteca nazionale di Bologna, dopo il restauro effettuato da Ottorino Nonfarmale tra il 1970 e il 1971.

Una copia contemporanea e di qualità inferiore, realizzata, secondo Eugenio Riccomini, da Francesco Naselli, è conservata nella chiesa di San Cristoforo alla Certosa a Ferrara, nella terza cappella a sinistra.

Descrizione e stile

Denis Mahon cita la tela come prova delle sofisticate capacità compositive raggiunte dal Guercino già nel 1619, tali da consentirgli di organizzare con sicurezza una scena articolata e popolata da numerose figure. San Sebastiano, seminudo e semidisteso sul pavimento di un portico in rovina, è sostenuto da un giovane, mentre un uomo barbuto, identificabile con un medico, è chino sul suo braccio per estrarne le schegge. Alla sinistra Irene disinfetta le ferite strizzando una spugna in una bacinella, aiutata da una giovane ancella. La concatenazione delle mani e dei gesti lega reciprocamente i personaggi e concentra l'azione attorno al corpo del martire. Un fascio di luce obliquo attraversa la composizione, mettendo in risalto l'incarnato quasi eburneo di Sebastiano, le mani rugose del medico e gli strumenti utilizzati per curarlo. La pennellata densa e il forte contrasto luminoso contribuiscono al carattere intensamente drammatico della scena.

La genesi della composizione è documentata da tre studi grafici successivi. Nel primo, conservato agli Uffizi, l'attenzione è concentrata soprattutto sulle figure di Sebastiano e Irene; in un secondo foglio Guercino sposta il santo lateralmente e introduce la figura del medico, mentre Irene e l'ancella assumono una disposizione più vicina a quella definitiva. Un terzo studio, conservato nella Royal Library di Windsor, presenta ormai i quattro protagonisti nella loro reciproca concatenazione di gesti, molto prossima alla soluzione adottata nella tela. La resa statuaria e al tempo stesso sofferente del corpo di Sebastiano è stata inoltre collegata alla pratica del disegno dal modello vivo coltivata dal giovane Guercino nell'Accademia del Nudo fondata a Cento intorno al 1616.

Peter Mitchell ha osservato che il popolare tema pittorico di "San Sebastiano curato da Irene" richiamava la deposizione di Cristo: Guercino aveva ben presente questo precedente, come mostrano le somiglianze tra questa tela e il suo Cristo compianto dagli angeli alla National Gallery. Per tematica, uso della luce e impostazione narrativa, la tela presenta inoltre affinità con lErminia ritrova Tancredi ferito della Galleria Doria Pamphilj, realizzata dall'artista nello stesso periodo.

Una tela raffigurante la figura di Irene, oggi conservata nella Pinacoteca nazionale di Bologna e già appartenuta alla collezione Mahon, fu a lungo considerata da Mahon uno studio preparatorio a olio per il San Sebastiano, successivamente trasformato in un dipinto autonomo raffigurante una Sibilla. Gli studi più recenti hanno tuttavia rivisto questa interpretazione, considerando la tela piuttosto una versione autonoma della medesima figura, trasformata in una Sibilla su richiesta di un altro committente.

Note

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