La collezione reale Borbone di Napoli (o anche Borbone-Due Sicilie) è stata una collezione d'arte napoletana posseduta tra il XVIII e il XIX secolo dalla famiglia reale dei Borbone di Napoli.
La raccolta, una delle più grandi e importanti del periodo in Europa, ha origine con Carlo di Borbone, salito sul trono nel 1735 e che ha ereditato dalla madre Elisabetta Farnese tutta la collezione omonima della sua famiglia. Un altro nucleo fondamentale dei beni giunge invece con il successore Ferdinando di Borbone che, dalla metà del Settecento e fino ai primi anni dell'Ottocento, acquisisce per la raccolta reale svariate opere provenienti dagli scavi archeologici vesuviani o dal mercato artistico italiano.
Musealizzata già nel corso del XVIII secolo, la collezione è oggi prevalentemente conservata a Napoli dislocata tra i musei di Capodimonte, dell'archeologico nazionale, del palazzo Reale, della reggia di Caserta e in altri edifici nel circondario partenopeo. Un altro importante nucleo composto da settantacinque quadri della raccolta confluito nella prima metà del XIX secolo tra i beni del principe di Salerno, Leopoldo di Borbone, finì successivamente nella collezione di Enrico d'Orléans in Francia ed è oggi esposto nel Museo Condé di Chantilly.
Storia Settecento La salita al trono di Napoli di Carlo di Borbone e l'eredità farnesiana (1734) Elisabetta Farnese, moglie di Filippo V di Spagna, fu l'ultima discendente diretta della sua famiglia, da cui ereditò nel 1731, alla morte del duca Antonio Farnese, l'intero patrimonio.
La ricca collezione artistica seguì dunque le sorti del ducato di Parma e Piacenza, venendo acquisita per diritto dal figlio della regina, Carlo di Borbone, nuovo duca dal 9 ottobre 1732. Scoppiata la guerra di successione polacca tra la Spagna e l'Austria, nel febbraio 1734 Carlo partì alla conquista borbonica delle Due Sicilie, che ebbe esito positivo con la salita a trono come primo sovrano della dinastia Borbone di Napoli.
La collezione emiliana venne dunque trasferita nella città partenopea successivamente ai trattati di pace che decretarono la rinuncia al titolo di duca di Parma per diventare re di Napoli. Il trasferimento delle opere pittoriche in terra emiliana venne completato tra il 1735 e il 1737, con iI diritto a trasferire i ben riconosciuto a Carlo dai preliminari al trattato di pace di Vienna, conclusi nel 1735. Furono inseriti in questo viaggio anche le gemme e la biblioteca farnesiana, portate nel palazzo reale di Napoli nel 1736. Tuttavia non tutti i beni di proprietà del sovrano lasciarono Parma, a causa anche dell'attrito esistente tra Napoli e Vienna e del conseguente rifiuto della corona asburgica di far partire tutte le opere dei territori. Le iniziali proteste di Carlo, che invece mirava a reperire tutto quanto fosse di sua proprietà, non ebbero seguito grazie alla mediazione della corte spagnola, che le ritenne diplomaticamente non convenienti.Schipa, pp. 184-185.
Nel 1737 intanto il nuovo re di Napoli fonda la Real arazzeria, collocata in un edificio annesso al convento e alla chiesa di San Carlo alle Mortelle.
La costruzione delle residenze reali borboniche
La raccolta pittorica farnesiana spinse re Carlo a ordinare nel 1738 l'edificazione di una «lustre dimora» che servisse come sede delle opere acquisite, particolarmente numerose. Nacque così la reggia di Capodimonte, progettata dall'ingegnere militare Giovanni Antonio Medrano con l'aiuto dell'architetto Antonio Canevari e ideata unicamente a tal fine (solo successivamente, a partire dal decennio francese 1806-1815, verrà stabilmente utilizzata dai sovrani anche come dimora reale).D. Mazzoleni, I palazzi di Napoli, Arsenale Editrice (2007) ISBN 88-7743-269-1
L'edificio in questione non fu l'unico a sorgere in quel giro di anni. Figura lungimirante e colta quella di Carlo, che durante il suo regno (1734-1759) e grazie alla sua politica si determinò l'evoluzione culturale e artistica tardo barocca di Napoli e più in genere di tutto il Sud Italia,Mirella Mafrici, Il re delle speranze. Carlo di Borbone da Madrid a Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1998. con la conseguente fioritura di numerosi palazzi ed edifici reali che servirono anche come luoghi di conservazione dell'enorme patrimonio artistico di cui la città andava arricchendosi.. Ad inaugurare la grande stagione culturale fu il monumentale Real Teatro di San Carlo, inaugurato nel 1737, mentre un anno dopo furono avviati i lavori delle prime residenze reali, la reggia di Portici (anch'essa frutto del sodalizio tra Giovanni Antonio Medrano e Antonio Canevari) e appunto quella di Capodimonte, fino a culminare nel 1751 nel progetto della reggia di Caserta, di cui fu incaricato alla guida del cantiere uno dei maggiori architetti del tempo, Luigi Vanvitelli.
In questi edifici furono contestualmente e nel tempo commissionate varie opere di rappresentanza, soprattutto ritratti personali e familiari della casata Borbone di Napoli. Le residenze servirono anche da base di appoggio per lo sviluppo in altri settori artistici: se Capodimonte fu di fatto la quadreria farnesiana, la reggia di Portici venne invece usata come deposito e museo dei reperti archeologici vesuviani i cui scavi furono promossi e avviati dallo stesso Carlo, nonché come sede dell'Accademia Ercolanese.
La fondazione della Real Fabbrica di porcellane
Nel 1743 re Carlo e sua moglie Maria Amalia di Sassonia fondarono in una pertinenza all'interno del parco della reggia di Capodimonte la Real Fabbrica di porcellane, dando inizio a un'industria che sarà una delle peculiarità artistiche della città anche nei secoli successivi.. Tra i principali collaboratori al nuovo progetto figurarono i chimici Livio Schepers e suo figlio Gaetano, lo scultore Giuseppe Gricci e il decoratore piacentino Giovanni Caselli.
La massima espressione dell'abilità plastica e pittorica degli artisti di Capodimonte si concretizzò nel cabinet di porcellana della regina Maria Amalia, commissionato tra il 1757 ed il 1759 al Gricci per adornare la sala del boudoir dell'appartamento privato della regina nella reggia di Portici.
L'avvio degli scavi archeologici vesuviani e flegrei
Quando Carlo venne a sapere che nelle vicinanze della reggia di Portici erano stati rinvenuti dei pregevoli monumenti antichi, data la propria passione per la cultura ed avendo intuito il prestigio che avrebbe potuto ricavare il proprio Regno, questi ordinò una massiccia campagna di scavi da avviare nelle aree di Stabia, Ercolano e successivamente Pompei, cosa che avvenne nei primi giorni del 1738...
L'operazione ebbe un grande successo, portando alla luce molti oggetti, statue ed iscrizioni.. La mole della scoperta fu senza pari in quel periodo, paragonabile solo ai rinvenimenti degli horti romani del XVI-XVII secolo. Carlo di Borbone ne rimase tanto avvinto da volere che gli venissero riferite giornalmente le scoperte, presenziando spesso egli stesso agli scavi. La quantità di opere rinvenute costrinse il re a creare nel 1751 un apposito museo per raccoglie i pezzi rinvenuti, restaurarli e custodirli (anche in deposito), individuato in alcuni locali di pertinenza della reggia di Portici, dove nacque appunto l'Accademia Ercolanese.. Il re chiamò da Roma Giuseppe Canart per restaurare i marmi, Tommaso Valenziani per occuparsi dei bronzi e il padre scolopio Antonio Piaggio per decifrare i papiri... Contestualmente a questi scavi nel 1750 furono intrapresi anche quelli nell'area flegrea, col rinvenimento del Macellum di Pozzuoli e di svariate sculture.
Pochi anni dopo, tra il 1756 e il 1758 fu rinvenuta ancora dagli scavi vesuviani la villa dei Papiri a Ercolano, con la conseguente scoperta di svariati affreschi e sculture, di cui alcuni pezzi unici della statuaria antica, come il Satiro dormiente, lHermes in riposo, le cosiddette Danzatrici, Pan con la capra, la Testa di Pseudo-Seneca e i Corridori.
La collezione sotto re Ferdinando di Borbone (post 1759)
Nel 1759 Carlo di Borbone lasciò il trono di Napoli in favore di quello di Madrid. Gli succedette quindi il figlio Ferdinando, che si occupò di custodire e continuare l'attività di sviluppo artistico avviato dal predecessore.
Al rientro in Spagna di Carlo di Borbone seguì un periodo di stasi della Real Fabbrica di porcellana e fu solo nel 1773 che Ferdinando ne rinnovò la produzione fondando la Real Fabbrica Ferdinandea, che visse il periodo di massimo splendore sotto la direzione artistica di Domenico Venuti (1745-1817), figura che diverrà negli anni a venire tra le più rilevanti del Governo borbonico. Nel ventennio tra il 1780 ed il 1800 nacque una vera e propria scuola d'arte e vennero prodotti preziosi servizi da tavola e vasellame, di cui Filippo Tagliolini costituì il massimo ceramista del tempo.
Con la salita al potere di Ferdinando, ma soprattutto per volere della moglie Maria Carolina, nel periodo compreso tra il 1759 e il 1799 fu riportata alla luce un lotto importante della città antica di Pompei: tra il 1764 ed il 1766 fu scoperta la zona dei teatri, del tempio di Iside e del Foro Triangolare; tra il 1760 ed il 1772 l'attenzione si spostò nella zona nord-occidentale della città, con le esplorazioni della villa di Diomede, della casa del Chirurgo e della via dei Sepolcri, dove furono rinvenute per lo più monete di oro ed argento. Alla fine del secolo fu rinvenuta invece la palestra Sannitica con la scultura del Doriforo (oggi al MAN di Napoli).
A questi anni risalirono inoltre i lavori decorativi e architettonici della reggia di Caserta, quelli della Real tenuta di Carditello, del Belvedere di San Leucio, del palazzo Reale di Napoli (con la costruzione del teatrino di corte e del salone d'Ercole), il Real Casino di caccia del Fusaro e una notevole serie di ritratti ufficiali dei membri di famiglia, dove spiccarono in qualità di pittori di corte le opere di Francesco Liani, Giuseppe Cammarano e Jakob Philipp Hackert. Nel 1778 la Real arazzeria di Napoli venne intanto trasferita nel palazzo Reale.
Il trasferimento della collezione di antichità Farnese di Roma a Napoli (1786-1788)
Il trasferimento della collezione Farnese venne completato cinquantaquattro anni dopo i trasferimenti di Carlo, quando re Ferdinando decise di spostare a Napoli anche la collezione romana della famiglia, costituita essenzialmente da sculture e reperti archeologici conservati tra palazzo Farnese, villa Farnesina e gli orti Farnesiani, rimasti ancora sotto la loro proprietà. Anche questo trasferimento, supervisionato da Jakob Philipp Hackert e completato tra il 1786 e il 1788, suscitò non poche perplessità nella capitale pontificia: vi furono infatti forti proteste e opposizioni sollevate da parte di papa Pio VI, che provò a tenere in loco la collezione scultorea.
La sede della raccolta di antichità questa volta non venne identificata nella reggia di Capodimonte, bensì nel palazzo degli Studi, presso cui furono avviati lavori di adeguamento dell'intera struttura per poter accogliere l'immenso patrimonio artistico borbonico. Già nel 1777 Ferdinando di Borbone, trasferendo l'Università nel liberato convento dei Gesuiti, decise che in questo edificio avessero sede il Museo Ercolanese, la collezione Farnese, la quadreria Farnese, la biblioteca, le scuole di Belle Arti e i laboratori di restauro, svuotando quindi Capodimonte (che inizia ad essere utilizzata principalmente come residenza reale) dalle opere fino a quel momento conservate al suo interno e creando presso il palazzo degli Studi il Real Museo Borbonico.
Alla fine del secolo si registrarono intanto l'immissione di quadri importanti nelle raccolte reali, come l'Angelo custode del Domenichino, donato nel 1792 dalla famiglia Vanni di Palermo a re Ferdinando, e il Sileno ebbro di Jusepe de Ribera, già in collezione di Gaspar Roomer e poi in quella Vandeneynden.
La collezione durante la Repubblica napoletana del 1799