Lo scandalo Livraghi, conosciuto anche come "scandalo Livraghi-Cagnassi" o "fatti di Massaua", è uno scandalo politico scoppiato nel 1891 in Italia, che vide accusati di numerosi omicidi e furti il capo della Polizia Indigena della colonia Eritrea, Dario Livraghi, e un alto ufficiale coloniale, Eteocle Cagnassi.

Lo scandalo rivelò per la prima volta un massacro coloniale italiano e suscitò all'epoca una grande indignazione nell'opinione pubblica, per via delle modalità delle esecuzioni e dell'alto numero di vittime.

Pur essendo stato considerato a lungo come un episodio secondario del primo colonialismo italiano, esso scatenò all'epoca numerosi e aspri dibattiti, protratti per tutto l'anno 1891, nei quali da più parti si avanzò addirittura l'ipotesi di abbandonare la colonia e ritirarsi dall'Africa.

Dal punto di vista storico, l'episodio è d'interesse perché rappresentativo del modo di gestire la colonia da parte dei colonizzatori e perché costituisce uno dei rari casi in cui la cronaca è riuscita a portare a galla il funzionamento della dominazione italiana dell'Africa, mettendone in luce la violenza e la corruzione.

Antefatti L'occupazione italiana del suolo africano, inizialmente, fu precaria e instabile. Nei primi anni dopo l'acquisizione della Baia di Assab da parte del governo, il dominio non ancora consolidato si dovette appoggiare sullo sfruttamento di soldati di ventura indigeni e sull'assoldamento di bande armate per il mantenimento dell'ordine.

A seguito della disfatta di Dogali (1887), tuttavia, il comando militare divenne sempre più sospettoso nei confronti delle truppe africane, le quali vennero accusate di tradimento durante la battaglia e indicate come causa della sconfitta. Questo atteggiamento si inasprì ulteriormente a seguito della battaglia di Saganeiti (1888), nella quale, per la morte di cinque ufficiali italiani nel corso di un'azione di rappresaglia, furono ingiustamente incolpati i soldati indigeni e la loro supposta attitudine alla slealtà. Questi eventi, uniti a una sfiducia causata dal razzismo dilagante a fine Ottocento, portarono gli ufficiali italiani in Africa a guardare con sempre maggiore sospetto i soldati indigeni da loro impiegati.

Immediatamente dopo la battaglia di Dogali, infatti, il comandante delle truppe coloniali, generale Saletta, istituì una commissione di ufficiali con lo scopo di cercare possibili delatori tra le file indigene, nonché di procedere alla valutazione (e conseguente esecuzione) di numerosi eritrei già carcerati.

La commissione era composta «dall’avvocato fiscale militareNella giustizia coloniale ordinaria, questo ruolo è equivalente a un pubblico ministero nei processi penali. L'avvocato fiscale militare di Massaua fungeva anche funzioni assimilabili a quelle di un procuratore generale della colonia. quale presidente, del Segretariato per gli affari indigeni e del Comandante i R.R. Carabinieri». All'epoca, le ultime due cariche erano ricoperte rispettivamente dall'avvocato Cagnassi e dal tenente Livraghi.

Nel corso dell'anno e mezzo successivo, i due si resero protagonisti di una feroce ed arbitraria repressione dei nativi, ufficialmente condotta per ragioni di sicurezza interna: il numero delle vittime, impossibile da conoscere con precisione, si attestava attorno a poco meno di un migliaio. L'avvocato e il carabiniere sfruttarono i loro poteri per imporre alla popolazione eritrea un clima di terrore, attraverso il quale poterono operare furti ed estorsioni nei confronti di numerosi notabili di Massaua. A questo si accompagnavano l'uccisione dei dissidenti e dei sospetti delatori, oltre che la vera e propria liquidazione di intere bande ritenute non abbastanza fedeli o non più utili agli scopi degli italiani.

Il processo-farsa a Mussa el Akad e Hamed Kantibai Il punto più evidente di questa parabola criminale fu raggiunto tra il 5 e l'11 febbraio 1890 quando, sotto la direzione di Livraghi, i Carabinieri arrestarono il noto commerciante di Massaua Mussa el Akad e il capotribù Hamed Kantibai Hassan. Il primo era un ricchissimo mercante mussulmano di origini arabe, giunto in Eritrea dopo essere fuggito dall'Egitto britannico, molto famoso e influente nella città portuale e con una lunga storia di collaborazione con gli italiani alle spalle; il secondo era il capo della tribù degli Habab, una popolazione stabilita nell'area costiera e fedele ai colonizzatori.

L'accusa rivolta ai due notabili era di essere protagonisti di un complotto anti-italiano condotto in combutta con Ras Mangascià e Ras Alula, due signori della guerra abissini che contendevano le aree limitrofe ai territori della colonia. A prova di questa congiura, la notte del suo arresto sarebbe stata sequestrata ad un servitore di Akad una lettera scritta dal mercante e indirizzata ai due oppositori della dominazione italiana: in essa, egli forniva dettagli rilevanti sulla situazione militare della colonia e sosteneva che fosse presente un favore della popolazione eritrea nei confronti dei combattenti etiopi.Nell'articolo viene anche citata interamente la presunta lettera scritta da Akad a Ras Mangascià.

Subito dopo la "scoperta" del complotto, i dignitari vennero arrestati e portati di fronte a un tribunale militare speciale, convocato su pressione di Livraghi e Cagnassi, che parteciparono anche al processo nel ruolo di testimoni. Al tribunale ci volle meno di una settimana per condannare a morte i presunti congiurati, nonostante l'inconsistenza delle prove.

Giunta però la notizia del processo in Italia, fu il presidente del consiglio in persona, all'epoca Francesco Crispi, a interessarsi alla vicenda. Akad, che in passato era stato in visita a Roma ed aveva anche incontrato Crispi, era una figura nota nell'ambiente politico e la sua messa in stato d'accusa, specie da parte di un personaggio sgradito quale era Cagnassi, suscitò fin da subito dei dubbi. Il presidente dunque diede ordine, nel caso in cui la condanna fosse a morte, di sospenderla e tramutarla in ergastolo, evento poi realizzatosi l'11 febbraio.Un'importante testimonianza dei gravi dubbi che aleggiano fin da subito sulla legittimità del processo e sulla colpevolezza dei due notabili ci viene dal diario del conte Augusto Salimbeni, all'epoca inviato diplomatico speciale in colonia e assiduo frequentatore della mondanità di Massaua. L'11 febbraio annota che «Si ritiene che egli [Cagnassi], legato com’è al filo doppio col tenente dei carabinieri, sia forse l’anima di questa scoperta, che da molti è ritenuta come un complotto teso a danno di Mussa el-Akad». Il giorno seguente aggiunge: «la convinzione che va sempre più formandosi nell’opinione pubblica è che si tratti di un vero e proprio tranello teso da Cagnassi per terrorizzare i suoi nemici». Cfr.

Akad e Kantibai ebbero salve le vite, anche se rimasero in carcere fino alla fine dell'anno seguente. Ma la vicenda pose, all'interno delle sfere di potere della colonia, dei dubbi sull'operato di Cagnassi e Livraghi che non potevano essere più ignorati.

Il primo processo Livraghi-Cagnassi Le conseguenze non tardarono ad arrivare. Le pressioni che per lungo tempo il governo aveva esercitato sul generale Baldissera, comandante di Massaua, ebbero finalmente effetto: Cagnassi, a lungo protetto dai governatori militari, fu costretto a dimettersi dai suoi ruoli istituzionali nel marzo 1890.

Fu inoltre avviata, su richiesta di Roma, un'inchiesta sulla condotta dei due accusatori. Fu incaricato il consigliere per gli affari interni, Vincenzo Piccolo-Cupani,L'avvocato divenne in seguito un membro della Camera. di raccogliere quante più testimonianze possibili e di redigere un parere per l'istituzione di un processo. Al suo termine, a ottobre, il consigliere, avuta conferma delle numerose irregolarità compiute dall'avvocato col suo complice e avendo dimostrato che il processo di febbraio era stato una farsa,Come potrebbe, per esempio, Kantibai, un fervente musulmano, aver domandato l'aiuto di Mangascià e Alula, due cristiani estremamente intolleranti? chiese che venissero giudicati a Massaua per calunnia, abuso d'ufficio ed estorsione. I due, nel frattempo, avevano avuto modo di tornare in Italia nel tentativo di scampare alla giustizia: Cagnassi fu arrestato a Roma a fine ottobre, ma Livraghi riuscì a sfuggire alla cattura a Milano e a far perdere le sue tracce.

Lo scandalo

Le rivelazioni giornalistiche Lo scandalo scoppiò il 4 marzo 1891, quando il quotidiano La Tribuna pubblicò in prima pagina un articolo dal titolo "Le gesta della polizia indigena in Africa", firmato dal noto inviato a Massaua Napoleone Corazzini. Al suo interno, il giornalista proponeva alcune «orribili rivelazioni, [...] tali da far raccapricciare il meno scrupoloso arnese del peggior dei Governi». Corazzini raccontò, accusando direttamente Livraghi, di estorsioni sistematiche a danno degli indigeni condotte dai Carabinieri, di un contrabbando di hashish orchestrato da lui in persona, di torture ai prigionieri delle carceri di Massaua. Ciò che fece più impressione però furono i racconti che il giornalista fece dei numerosi omicidi attribuiti al carabiniere, descritti con particolari raccapriccianti per evidenziarne l'immotivata crudeltà:

E prosegue:

Per poi concludere indignato,

L'articolo suscitò uno scalpore inaudito per l'epoca. In un periodo in cui la stampa italiana non aveva alle spalle un complesso industriale o una diffusione paragonabili a quelle inglesi, francesi o tedesche, la notizia ebbe un'eco sorprendente e il giorno seguente venne ripresa da tutti i quotidiani nazionali, che in molti casi presero ad aggiungere ulteriori dettagli.

Già il giorno stesso della pubblicazione dell'articolo di Corazzini si ebbe un'interrogazione parlamentare, a opera del deputato radicale Colajanni, in cui si domandava al ministro degli esteri un approfondimento «sui fatti [...] denunciati recentemente dalla stampa»

Il memoriale Il 5 marzo, il giorno successivo alla pubblicazione dell'articolo della Tribuna, apparve sulla prima pagina del quotidiano milanese Il Secolo un titolo eclatante: "Gli assassini in Africa - 800 morti?". La cifra inizialmente emersa dalle ricostruzioni di Corazzini era decisamente inferiore, attorno alla dozzina. Questa differente e gravissima ipotesi emergeva da un documento in mano ormai da un mese ai redattori del quotidiano, che però fino a quel momento avevano deciso di non pubblicarlo, non ritenendolo credibile: un vero e proprio Memoriale scritto da Livraghi in persona nei suoi mesi di latitanza in Svizzera. Al suo interno, il militare raccontava, nel tentativo di scagionarsi, la sua versione sul processo-farsa ad Akad e Kantibai, e soprattutto rivelava torture nelle carceri, l'esecuzione di membri di bande al soldo degli italiani e di centinaia di altri indigeni detenuti per ragioni politiche. Livraghi motivava questi atti sanguinosi presentandosi come il mero esecutore degli ordini impartitigli dall'alto comando. Per effetto della legge sulla stampa, i quotidiani non avrebbero potuto pubblicare un'accusa diretta contro degli importanti funzionari pubblici, ma era chiaro dagli stralci editi sulle pagine del Secolo come questi macabri ordini arrivassero direttamente dalle sfere più alte del comando coloniale, spesso da Baldissera od Orero in persona.

Queste rivelazioni, che continuarono a farsi sempre più consistenti e numerose, arricchendosi di pubblicazioni di ulteriori stralci del Memoriale e di alcuni interventi di Cagnassi che si aggiunsero in seguito, furono quelle che trasformarono la semplice notizia in vero ed esplosivo scandalo nazionale che rimase sulle prime pagine di tutti i quotidiani per l'intero mese di marzo e che continuò a fare notizia per tutto il corso dell'anno.

L'arresto in Svizzera