Leccidio di Piazza Grande fu una strage avvenuta a Modena il 7 aprile 1920 durante una manifestazione sindacale. Quest'ultima era stata organizzata dalle due Camere del Lavoro, quella socialista e quella "sindacalista" (in maggioranza anarchica), in segno di protesta contro l’eccidio di San Matteo della Decima, frazione del comune di San Giovanni in Persiceto, verificatosi appena due giorni prima. I carabinieri posti a protezione del palazzo municipale spararono, senza aver ricevuto ordini, contro la folla, causando la morte di quattro persone, alle quali se ne aggiungerà un'altra nei mesi successivi, come conseguenza delle ferite riportate.

I fatti Il 7 aprile 1920 si svolse il primo dei quattro giorni di sciopero proclamati dalle due Camere del Lavoro, quella sindacalista e quella socialista. La protesta verteva contro l’uccisione, a San Matteo della Decima, di otto persone e il ferimento di altre quarantacinque durante una manifestazione a sostegno di una vertenza agraria.

L'adesione allo sciopero fu totale: negozi e fabbriche chiusi, treni inattivi, interruzione di gas ed elettricità. Il mercato cittadino in Piazza Grande venne fatto concludere in anticipo alle 10:30. Alle ore 11 si svolse una prima manifestazione in largo Garibaldi, che si svolse senza incidenti. Venne convocato un altro comizio per le ore 17.30 in Piazza della Scalze (oggi piazzale Boschetti). A causa della cospicua partecipazione dei lavoratori, secondo la Questura, secondo il giornale socialista "Il Domani", il prefetto acconsentì alla richiesta di dirottare il corteo in Piazza Grande..

Alle 17:15 il corteo partì da largo Garibaldi, giungendo per la via Emilia in Piazza Grande, dove si trovarono di fronte a un ingente presidio delle forze dell'ordine: quarantaquattro carabinieri reali si trovavano schierati addossati al muro del Palazzo Comunale per impedire che i manifestanti entrassero nell'edificio, mentre ai loro lati si trovavano cento artiglieri del 2º Reggimento Pesante Campale e cinquanta fanti del 36º Reggimento Artiglieria. Erano inoltre presenti cinque vicecommissari e quattro agenti, oltre al vicequestore Giuseppe Morelli, al comando dell'intero dispositivo di sicurezza. A capo del drappello di carabinieri era il capitano Giulio Gamucci.. Il deputato socialista Enrico Ferrari e il sindacalista Carlo Nencini chiesero di parlamentare col regio commissario prefettizio Italo Pio per ottenere il permesso di tenere il comizio dal balcone del municipio. Il regio commissario tuttavia era assente e si dovette attenderlo, mentre in piazza montava il nervosismo da entrambe le parti. I manifestanti a ridosso del drappello di carabinieri erano, secondo il vice commissario Brenci, "il nucleo più scalmanato" e chiesero di entrare nel palazzo per esporre le proprie bandiere rosse sul balcone. Di fronte al rifiuto delle forze dell'ordine, i dimostranti insultarono i carabinieri e invitarono i soldati a deporre le armi. La scritta "Giù le armi" era presente anche nella bandiera della Lega proletaria mutilati e invalidi di guerra, che venne distesa dallo stesso gruppo di manifestanti in modo che i carabinieri potessero leggerla. Così facendo però la bandiera sfiorò ripetutamente le teste di questi ultimi..Il commissario Morelli ordinò allora ai due sindacalisti Valentina Meschiari e Anselmo Forghieri, che reggevano il drappo, di abbassarlo, senza ottenere risposta, anche a causa della sordità di quest'ultimo, invalido di guerra; mentre, sempre secondo Brenci, la folla iniziava a premere contro le forze dell'ordine affermando di voler entrare nel municipio. Gamucci affermò di non poter sopportare altre provocazioni e chiese e ottenne da Morelli di sequestrare la bandiera. Insieme al maresciallo maggiore Capponi e ad altri carabinieri si diresse contro la folla, senza però riuscire a raggiungere il drappo, che venne passato di mano, riuscendo però ad allontanare la folla di un paio di metri. A questo punto le versioni delle forze dell'ordine divergono: il vice commissario Barletta ipotizzò che fosse stato dato un pugno contro Gamucci, mentre il capitano dei carabinieri Martinelli parlò di un colpo di pistola da parte dei manifestanti sentito esplodere da qualcuno contro i militari, ipotesi questa smentita però da altre testimonianze, tra cui quella di Morelli. In ogni caso, improvvisamente e senza aver ricevuto alcun ordine, i carabinieri schierati davanti a Palazzo Comunale spararono sulla folla dai trenta ai quaranta colpi di pistola e di moschetto (tra di essi alcuni a mitraglia), causando un morto sul colpo, dieci feriti gravi (di cui quattro morti successivamente) e almeno altri ventuno feriti..

Mentre gli agenti di polizia presenti in piazza dovettero gettarsi a terra per evitare le pallottole, i manifestanti fuggirono nelle vie laterali. I carabinieri allora li inseguirono, fino a quando Morelli, Gamucci e gli altri poliziotti gli urlarono di fermarsi. È da collocarsi in questo momento, secondo numerose testimonianze concordi di membri delle forze dell'ordine e testimoni, il lancio da parte dei manifestanti di alcune bottiglie di vetro, che invece, secondo una delle versioni date dal capitano Gamucci, sarebbe avvenuto prima della sparatoria. Dopo che i poliziotti riuscirono ad evitare che i carabinieri sparassero nuovamente in risposta ai lanci, la folla tornò verso la piazza. Gamucci ordinò allora ai suoi uomini di tornare in caserma, ma ritornò in piazza con i suoi uomini un quarto d'ora più tardi, ricevendo però l'ordine da parte di Morelli di ritirarsi definitivamente..

Vittime Rimasero uccisi in seguito all'eccidio cinque dimostranti:

Evaristo Rastelli (Pavullo, 1883), venditore ambulante, colpito alla testa e morto sul colpo; Ferdinando Gatti (San Donnino, 1870), ortolano, colpito al femore e in altri punti, morì durante il trasferimento in ospedale; Linda Levoni (Modena, 1902), operaia, ferita al torace, morì il giorno successivo in ospedale; Antonio Amici (Pigneto di Prignano, 1888), boaro, ferito a stomaco e intestino, morì il giorno successivo in ospedale; Stella Zanetti (Modena, 1883), bracciante agricola, ferita gravemente alla spina dorsale, morì in ospedale il 26 settembre 1920.

Le persone ferite furono circa una trentina, tra le quali sei gravi. Evaristo Martinelli, direttore della Cooperativa braccianti, pur essendo rimasto solo contuso, ebbe comunque da quel momento un forte peggioramento di salute che lo portò alla morte il 6 giugno 1920. A un altro ferito, Luigi Cavani, venne amputata una gamba..

Tra le forze dell'ordine venne ferito da un sasso un soldato, mentre iI capitano Gamucci rimase contuso nella carica.

Conseguenze

Funerali e reazioni politiche

La tensione nel capoluogo modenese in seguito all'eccidio salì alle stelle. Tra gli esponenti socialisti vi fu chi inneggiò a Lenin, come Pietro Fantin, segretario della Federazione postelegrafonica, che quella sera, mentre era in servizio, comunicò l'accaduto a un collega di Bologna. Il prefetto Gay da parte sua alle 21:40 telegrafò a Roma, richiedendo l'invio di quattrocento soldati, sessanta Guardie Regie e trenta poliziotti di rinforzo per il mantenimento dell'ordine pubblico: gli verranno concessi centocinquanta soldati e cento guardie rege..

Lo sciopero generale e il lutto cittadino proseguirono nei giorni seguenti, concludendosi con i funerali delle vittime, in occasione dei quali gli oratori attaccarono duramente le autorità. Sempre in occasione dei funerali i colpi di un tubo di scappamento di un camion vennero scambiati per una mitragliatrice e provocarono un fuggi fuggi generale, che portò a una quarantina di contusi nella calca.

Il giornale anarchico "La Bandiera operaia" avviò una raccolta fondi a sostegno dei familiari delle vittime, che raccolse 13 mila lire. Un'analoga iniziativa venne intrapresa dal giornale socialista "Il Domani", a cui aderì anche il padre francescano Cirillo Mussini. Nei giorni successivi vi furono inoltre proteste in tutta la provincia, mentre il caso approdò in Parlamento grazie a due interrogazioni parlamentari, una dei deputati socialisti Enrico Ferrari, Pio Donati e Oreste Chiossi, e un'altra del parlamentare popolare Giuseppe Casoli..

Da parte cattolica in ogni caso vi fu un atteggiamento duplice: nella stampa cattolica le responsabilità dell'eccidio vennero attribuite infatti sì all'"inettitudine del governo", ma anche all'"intensa propaganda d'odio" da parte delle sinistre. A Pavullo nel Frignano poi, in occasione di una delle proteste delle sinistre tenute in seguito all'eccidio, i cattolici parteciparono a una contromanifestazione "patriottica", che portò alla costituzione di un "comitato di difesa" contro gli scioperi.

La tensione sotto il profilo dell'ordine pubblico rientrò nei giorni successivi, anche se il prefetto ritenne prudente tenere ancora le guardie regie in città. Ciò che cambiò in seguito alla strage fu però l'atteggiamento di una parte delle sinistre modenesi riguardo la violenza politica. Nei giorni successivi all'eccidio, su "Il Domani" compariranno articoli che inneggeranno alla "vendetta", pur chiedendo di pazientare, mentre venivano riportate testimonianze secondo cui gli autori degli spari avrebbero espresso soddisfazione per aver ucciso gli scioperanti.. L'eccidio veniva visto dal giornale socialista bolognese "La Squilla" come un esempio di una "politica della strage", vale a dire una politica da parte delle classi borghesi tesa a lasciare impunità a polizia, carabinieri e guardie rege, trasformandoli in "strumenti di servilismo, ferocia, miserie morali".. Da parte anarchica invece si ritenne che fosse necessario passare all'azione immediata. Una parte degli anarchici modenesi decise perciò di armarsi per, quantomeno, difendersi durante le manifestazioni. Ne deriverà il furto di mitragliatrici del 15-16 maggio 1920, che porterà in breve tempo all'arresto di buona parte dei vertici della centrale sindacalista anarchica..

Le inchieste Il primo tentativo di inchiesta svolto dai carabinieri fu a carico dei manifestanti: Martinelli, comandante della Divisione di Modena dell'Arma, intervenne subito dopo l'eccidio per tentare di identificare gli autori degli insulti ai carabinieri, senza peraltro riuscire ad individuarne nessuno a causa del fatto che i militi erano quasi tutti da poco tempo a Modena e quindi incapaci di riconoscerli.

Per quanto riguarda le responsabilità delle forze dell'ordine invece, il primo tentativo di individuare chi aveva fatto fuoco venne effettuato la sera stessa dallo stesso Gamucci al ritorno in caserma, che stabilì che gli autori degli spari fossero ventitre carabinieri su quarantaquattro, secondo la sua relazione tutti "aggiunti o ausiliari", quindi giovani inesperti, mentre i militi anziani non avrebbero sparato..