La Sibilla Persica è un dipinto a olio su tela (117 × 96 cm) del Guercino, datato 1647 e conservato nella Pinacoteca Capitolina, parte dei Musei Capitolini di Roma.
Storia Il dipinto è registrato nel Libro dei conti.Il Libro dei conti è il registro amministrativo compilato dal fratello minore del Guercino, Paolo Antonio Barbieri, dal 1629 al 1649, anno della sua morte, e proseguito dai familiari fino al 1666. Alla data del 6 giugno 1647 è annotato: «Si è ricevuto dal Sig.r Carlo Rondineli, Governatore di Cento, doppie d'Italia numero 17 e 1/2 per il quadro della Sibilla Persica, che fanno L 259, che sono scudi 64-L 3. Il dipinto è citato nella Felsina pittrice da Malvasia fra le opere eseguite nel 1647: «[fece] una Sibilla Persica al sig. Card. Rondinelli.» Malvasia confonde tuttavia la qualifica del committente oppure, per una svista, scrive «Card.» in luogo di «Carlo».
Carlo Rondinelli fu infatti governatore di Cento tra il 1645 e il 1647. Il dipinto fu successivamente acquistato da Carlo Pio di Savoia iuniore, appartenente alla nobile famiglia romana dei Pio di Savoia, già signora di Carpi tra il XIV e il XVI secolo. Carlo, vescovo di Ferrara dal 1655 al 1663, aveva inviato a Cento un suo protetto, Giovanni Bonatti, affinché studiasse pittura presso il Guercino. Durante il soggiorno, Bonatti vide la Sibilla Persica e la acquistò per conto del vescovo.
Nel 1697 l'opera, allora appartenente alla famiglia Pio, fu esposta presso la chiesa di San Salvatore in Lauro a Roma, con il titolo di Sibilla del Guercino. Intorno al 1724 la tela figura ancora nell'inventario della collezione Pio.
Nel 1750 la tela, insieme alla collezione Pio, fu acquistata da papa Benedetto XIV per la città di Roma ed entrò nella Pinacoteca Capitolina, parte del complesso dei Musei Capitolini. Fortuna critica Il dipinto godette inizialmente di notevole fortuna critica, come testimoniano le numerose copie eseguite nel corso del XVII secolo.
Caduta nell'oblio nel corso dell'Ottocento, anche a causa di successive ridipinture che ne compromettevano la leggibilità e la qualità apparente, la tela fu declassata a opera di bottega e attribuita ai fratelli Cesare e Bartolomeo Gennari, allievi e collaboratori del Guercino. Al suo deprezzamento contribuì anche il severo giudizio di Adolfo Venturi, che la definì «opera fiacca, povera, che rivela la mano di discepoli e cooperatori del Guercino, de' fratelli Gennari».
Questo giudizio negativo persistette per gran parte del XX secolo, finché Salerno non restituì senz'altro l'opera al Guercino, osservando che avrebbe potuto giovarsi di un intervento di pulitura.
Descrizione e stile Il dipinto raffigura la sibilla in atteggiamento malinconico e pensoso, con il mento appoggiato a una mano; sul libro posto alla sua destra è inscritto il nome del soggetto rappresentato.
Gli interventi di pulitura eseguiti tra il 1990 e il 1991 rimossero la patina giallastra che ne comprometteva la leggibilità, facendo riemergere le raffinate sfumature del colorito e della stesura pittorica che avevano contribuito alla fortuna dell'opera. Altre versioni
Note
Bibliografia
Voci correlate Opere del Guercino Catalogo dei dipinti della Pinacoteca capitolina
Altri progetti
Categoria:Dipinti del Guercino Categoria:Dipinti nei Musei Capitolini Categoria:Dipinti su sibille