Siracusa in età borbonica (1816-1861)
Contesto storico
Il contesto siracusano nel quale si svolsero gli eventi decisivi del secondo periodo borbonico (ovvero gli anni post-restaurazione) si formò in maniera ben precisa nel primo decennio dell'Ottocento: Siracusa fino ad allora era stata, e poteva dirsi ancora, una poderosa fortezza militare, originatasi in epoca spagnola e conservatasi come tale durante l'ascesa dei Borbone. La vita della sua popolazione era scandita da leggi marziali; da priorità belliche, da solide porte che si aprivano e si chiudevano solamente con il sorgere e il calare del sole e che all'occorrenza condannavano crudelmente i siracusani o all'esilio forzato dai propri focolari domestici oppure a un'obbligata e lunga reclusione all'interno delle mura.. Nonostante fosse sede di una curia secolare e di numerosi organi civili, essa rimaneva una rinomata piazza d'armi, la qual cosa significava che la sua parte militare dominava ampiamente il resto delle sue facce sociali. Ciò la rendeva diversa dalla maggior parte dei capo-luoghi del Regno. La sua separazione fisica dal resto dell'isola e dal continente era data da doppie mura, numerosi fossati e ponti levatoi che impedivano ai siracusani una normale espansione demografica, oltre a recare loro un dannoso isolamento sociale.: cit- in .
I Borbone, in virtù della sua vasta storia bellica, la nominarono fin dall'estate del 1815 «piazza di guerra di prima classe»; una delle sole 6 in tutto il nascente Regno delle Due Sicilie (insieme ad essa le altre 5 designate furono Palermo, Messina, Capua, Gaeta e Napoli).Giuseppe Durelli, commissario di guerra, Amministrazione militare, Napoli 1845, p. 28. Questo nuovo reame, per metà insulare e per metà continentale, nacque l'8 dicembre 1816, a seguito del Congresso di Vienna. Ma Siracusa aveva già negli anni precedenti ampiamente dato mostra ai suoi sovrani del ruolo strategico che essa rivestiva: quando la Francia rivoluzionaria, guidata da Napoleone Bonaparte, spodestò la monarchia borbonica dal Regno di Napoli, tentando di estendere il proprio dominio anche al Regno di Sicilia, Siracusa venne occupata militarmente dalle forze dell'Inghilterra e in parte separata dal potere borbonico, poiché gl inglesi, a fronte dell'eccezionale situazione bellica europea, richiesero ed ottennero il libero arbitrio per la difesa militare siracusana, non volendo permettere che Napoleone e i francesi conquistassero anche questa importante fortezza.
Il primo decennio ottocentesco fu caratterizzato dall'instabilità politica per i Borbone. Grazie alla minaccia napoleonica e alla volontà inglese, la Sicilia ottenne dal re Ferdinando III nel 1812 una costituzione basata su quella anglosassone e che intendeva richiamare i tempi normanni dell'isola. Quello fu per Siracusa un periodo molto particolare, risultando divisa tra la crescente influenza inglese e il legame con la monarchia borbonica: a distanza di pochissimo tempo una siracusana, Lucia Migliaccio, fu scelta per divenire la seconda moglie del re in bilico Ferdinando III, e un principe della famiglia reale, Leopoldo di Borbone-Due Sicilie, ebbe il titolo di conte di Siracusa (titolo che era scomparso per l'appunto con l'epoca normanna).
La guerra con la Francia significò inoltre per Siracusa la fine dei rapporti con il secolare Ordine dei cavalieri di Malta (che aveva visto la luce proprio in questa città nell'estate del 1529) e la nascita di un nuovo tipo di relazione con l'Inghilterra, la quale spodestando per sempre i cavalieri dall'adiacente arcipelago siciliano prese sostanzialmente il loro posto.
La caduta di Napoleone portò al citato Congresso di Vienna, dove fu stabilita all'insaputa dei siciliani l'eliminazione dell'appena nata loro costituzione e la restaurazione, in maniera assolutistica, dei Borbone sul trono di Napoli e Sicilia. A contrariare ulteriormente gli animi degli isolani fu il fatto che per dare origine al Regno delle Due Sicilie scomparve totalmente la corona siciliana, essendo stata unita a quella napoletana.
Anni pre-rivoluzionari Siracusa nel Grand Tour
L'Ottocento fu per i siracusani, tra le altre cose, il secolo nel quale si diffuse in giro per l'Europa l'abitudine di includere anche la terra aretusea negli itinerari del cosiddetto viaggio di piacere, meglio noto con il nome di Grand Tour (già in auge nel continente da diversi secoli). Nonostante la mancanza di strade e persino di locande nelle quali riposare, Siracusa divenne una delle principali mete per i tanti viaggiatori esteri. Di essa attraeva l'illustre storia di antica capitale mediterranea, vi fu però una condanna unanime da parte dei visitatori nel denunciare lo stato di isolamento e di miseria nel quale si trovava Siracusa durante l'età borbonica: in sostanza, era come se ancora fosse ferma all'epoca spagnola, poiché lo status intrinseco di città-fortezza impediva, qui più che altrove, il normale progredire civile.
Tuttavia, i viaggiatori riuscivano a trovare in essa sempre e comunque un lato positivo: un monumento, un paesaggio, una curiosità, e riportavano nel dettaglio le loro impressioni in diari di viaggi e libri, contribuendo così alla riscoperta di questa terra, imprimendone l'immagine nella cultura di massa. Dei suoi abitanti si diceva invece che fossero calorosi e che la loro indolenza fosse dettata unicamente dalla necessità, trovandosi essi in un contesto molto precario.Cit. es. in Giuseppe Prezzolini, Come gli americani scoprirono l'italia, 1971, p. 205 .
L'economia dei siracusani
La Siracusa borbonica non godeva di un'economia industriale, né di un forte settore commerciale. Malgrado la sua provincia fosse tra le maggiormente esposte alla sollecitazione del mercato estero, i suoi settori economici facevano molta fatica ad emergere: ciò era dovuto alla situazione politica della Sicilia e più in generale alla situazione politica del Regno delle Due Sicilie.
Difatti l'Ottocento fu per Siracusa il secolo di una delicatissima transizione dallo stato di una città-fortezza - isolata, ma ben protetta da qualsiasi attacco nemico - a quello di una città che riscopriva il proprio sbocco sul mare e che poteva disfarsi di quell'apparato militare interno che così tanto l'aveva condizionata. In tale contesto va inevitabilmente considerata la storia politica del Regno al quale Siracusa apparteneva: già una volta, sul finire del Settecento, l'economia dei siracusani era stata frenata dallo scenario bellico del Mediterraneo: quando la Russia stabilì un patto commerciale con il Regno delle Due Sicilie - nel quale era prevedibile un roseo futuro per il settore vinicolo siracusano, essendo questo stato espressamente citato dallentourage dello Zar - la Francia entrò nel suo periodo rivoluzionario, ed essendo divenuto il Mediterraneo orientale una terra per essa politicamente instabile, i Borbone (che già all'epoca gravitavano molto nella sfera d'influenza commerciale francese e inglese) non ebbero la forza necessaria per proteggere gli interessi regnicoli; con essi quelli siracusani.
Adesso Siracusa aveva dei nuovi vicini a Malta: gli inglesi. Costoro, grandi commercianti da secoli, rappresentavano degli appetibili e potenziali clienti per i siracusani (essendo il loro porto tradizionalmente il più interessato dagli affari maltesi); se non fosse che pure nell'Ottocento sorsero delle tensioni con la Francia (dovute al trascorso fortemente antagonistico che vi era stato tra francesi e inglesi durante le guerre napoleoniche): tensioni che divennero conflitti d'interesse tra Francia e Inghilterra durante il periodo rivoluzionario siciliano:
Essendoci quindi questa sorta di rivalità tra le due maggiori potenze dell'epoca, Siracusa, per il quieto vivere, non sviluppò mai una solida corrispondenza commerciale con la Malta degli inglesi. Si venne però a formare un mercato di contrabbando tra i siracusani e le navi di Sua Maestà Britannica: mercato che, secondo le fonti della Gran Bretagna, era elevatissimo e incoraggiato da entrambe le parti (considerando comunque che l'Impero britannico era tra i più estesi al mondo e la Sicilia, Siracusa compresa, rappresentava solo una minima parte dei suoi introiti.).
I primi segnali rivoluzionari Il Congresso di Vienna del 1815 aveva lasciato scontenti e insoddisfatti i popoli europei del periodo post-rivoluzionario francese. La scintilla partì dalla Spagna nel 1820: questa, ribellandosi al proprio regime assolutistico, ottenne una costituzione, la qual cosa risvegliò anche nei siciliani il desiderio di ritornare al governo costituzionale del 1812, che si era formato nella loro isola durante l'occupazione inglese.
In Sicilia, però, il moto rivoluzionario assunse diverse connotazioni, tutte contrastanti tra loro:vi era infatti chi, oltre la costituzione, desiderava ottenere l'indipendenza dell'isola, chi si accontentava di far parte di un Regno costituzionale (essendosi pure i napoletani rivoltati per ottenere una costituzione unitaria) e chi infine rimaneva fedele al re e al suo volere.
Siracusa, nel suo insieme, come il resto della Sicilia orientale, venne solamente sfiorata dall'eco di questi primi moti, noti con l'appellativo di moti del 1820-1821, nonostante venisse ugualmente occupata dalle truppe austriache, mandate a sedare le città in rivolta e i luoghi sensibili (Siracusa rientrava in questi) dall'anno 1821, a seguito del Congresso di Lubiana.Giuseppe Ricciardi, Opere scelte , vol. 2, 1867, p. 202.
La città aretusea poté inoltre dirsi luogo natio e di ritrovo di alcuni dei primi e più importanti rivoluzionari dell'epoca: tra tutti si ricordano il massone e carbonaro molisano Gabriele Pepe, che nel 1820 si trovava in città come capitano borbonico del Reggimento Fanteria di Linea Farnese, il maresciallo di campo siracusano Gaetano Costa, che servì Napoli prima sotto la dominazione francese e poi nella rivolta costituzionalista, e che mandò i suoi soldati in terra aretusea a fare proseliti dell'ideologia costituzionale unitaria,Giuseppe Bianco, La rivoluzione siciliana del 1820 con documenti e carteggi inediti, Seeber, Palermo, 1905, p. 31; Labate, Un decennio di carboneria…, vol I, cit., p. 28. così come faceva Pepe,Aldo Carano, Nino Cortese, Gabriele Pepe: eroe tra due secoli, 1949, da p. 107. e infine un altro famoso nome legato alla Siracusa di quegli anni è quello di Gaetano Abela; anch'esso siracusano di nascita, che può essere riconosciuto come uno dei più notabili e precoci indipendentisti siciliani (i palermitani lo definirono come «la più solenne vittima del dispotismo borbonico»Tratto dalla lettera I Palermitani ai fratelli Siracusani trascritta in Discorsi parlamentari, vol. XII, Roma 1872, p. 314.):
Gaetano era stato uno degli ultimi uomini a vestire la divisa dell'Ordine dei cavalieri di Malta prima dell'invasione francese: quando Napoleone Bonaparte prese possesso dell'isola, egli divenne amico del maresciallo di campo del futuro Imperatore dei francesi e seguì costoro in Francia, a Calais, dove ricoprì cariche pubbliche militari e si affiliò alla massoneria d'oltralpe.F. Brancato, «Gaetano Abela» in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 1, 1960, pp. 234-235. (alcune fonti lo vogliono inoltre membro del leggendario Ordine dei RosacroceLuigi Oddo, Istoria di fatti occorsi in Sicilia da Dicembre 1814 sino al 1819..., p. 160 in Salvatore Vaiana Una storia siciliana fra Ottocento e Novecento: lotte politiche e sociali, 2000, p. 30 () = Archivio storico siciliano, 1921, p. 141.). Al termine delle guerre napoleoniche, Gaetano rientrò in Sicilia e qui, nel 1820, venne a contatto con gli ambienti indipendentisti di Palermo: