La battaglia della Croce del Travaglio fu combattuta il 19 gennaio 1369 tra l'esercito del Sacro Romano Impero, guidato da Carlo IV di Boemia e Malatesta Ungaro e le milizie comunali senesi. Gli imperiali, in sostegno del Monte dei Dodici e della consorteria Salimbeni epurarono il Monte dei Nove dalla coalizione di governo, ma durante i violenti scontri che ne seguirono per le vie di Siena soccombettero contro le formazioni armate fedeli al governo dei Riformatori. Tale clamorosa sconfitta tolse il presidio del vicario imperiale di stanza in Siena dal settembre 1368 e consolidò il regime che aveva nel Popolo minuto la sua fazione egemone. Antefatti Caduta dei Dodici e i tumulti del 23 settembre

Come già accaduto nel 1355 con la rivolta contro il governo dei Nove e la seguente caduta del regime, la discesa in Italia nel 1368 di Carlo IV di Boemia, a Roma per ottenere l’incoronazione imperiale dalle mani papali, provocò in un regime quale quello dei Dodici già in evidente smottamento interno, i sintomi della fine. La notizia della calata dell'imperatore erano note sin dal 1367 e ciò che accadde il 2 settembre 1368 fu la fine di un'agonia prolungata.

Il 1368 segna infatti un periodo cruciale nella storia del secondo Trecento senese, che da un lato evidenziò il sempiterno protagonismo delle consorterie nobiliari, nonostante da quasi un secolo fossero stati esclusi dalle magistrature, e dall'altro un processo politico-sociale già in corso e che troverà proprio col regime che succederà ai Dodici piena affermazione: l'avanzata del Popolo minuto.

Complice la scomparsa dell'ingombrante Agnolino "Bottone" Salimbeni, vero mattatore della politica cittadina di quegli anni nei suoi inesauribili piani di ricerca di affermazione personale, fu una momentanea alleanza nobiliare a consentire «in breve e senza colpo di spada»Cronaca senese di Donato di Neri e di suo figlio Neri, in Cronache senesi, a cura di A. Lisini e F. Jacometti, in «Rerum Italicarum Scriptores», tomo XV, parte VI, Bologna 1931-1939, p 618. un colpo di mano. Con la sobillazione nobiliare delle fasce popolari più basse cadde dunque quello che era stato il "governo artigiano" dei DodiciR. Mucciarelli, Potere economico e potere politico a Siena tra XIII e XIV secolo: percorsi di affermazione familiare, in Poteri economici e poteri politici. Secoli XIIIXVIII, Atti della XXX settimana di Studi dell’Istituto Internazionale di Storia economica “F. Datini” (Prato 1998), a cura di S. Cavaciocchi, Firenze 1999, pp. 576., quand'anche spesso ad appannaggio dell'alta borghesia cittadina.

Il 2 settembre si formò così un governo di Consoli – così si nominarono i Grandi una volta al potere – espressione di dieci magnati e tre noveschiCronaca di Donato di Neri cit., p. 619; una situazione di equilibrio che durò solo due settimane, a causa delle divisioni in seno ai nobili.

Fu così che il 23 settembre i Salimbeni spinsero il popolo a un'azione di forza contro gli altri magnati. Di concerto coi dodicini appena deposti e in unione di Malatesta Ungaro, vicario imperiale giunto frettolosamente da Lucca, si scatenò un tumulto cittadino in cui «fuvvi grande e aspra battaglia»: la coalizione antinobiliare riuscì così a prevalereL. Banchi, I Porti della Maremma durante la repubblica. Narrazione storica. Firenze 1871, pp. 92-93..

I Riformatori e l'interregno del Malatesta Se da una parte il Popolo minuto - muratori, falegnami, fabbri, ligrittieri, fornai e anche lavoratori della manifattura tessileV. Wainwright, The testing of a Popular Sienese Regime. The “Riformatori” and the Insurrections of 1371, in «I Tatti Studies. Essay in Reinassance», 2 (1987) cit., p.121. - spingeva per una ulteriore radicalizzazione politica, dall'altra la reazione degli altri monti cittadini certo politicamente più navigati, premevano in senso opposto vedendo non certo di buon occhio tale allargamento della base sociale. Non solo: in nome del patto antinobiliare si trovarono provvisoriamente alleati vecchi nemici, coi dodicini costretti alla convivenza con gli odiati noveschi, spodestati un quindicennio prima e appena rientrati sulla scena in questo vasto “governo di coalizione” appena formatosi.

Il 28 settembre il nuovo e ampio "reggimento", coi tre monti (noveschi, dodicini e popolari minuti) riuniti in un Consiglio, prese il nome di Riformatori, organo assembleare di supporto al governo di 124 membri «col consenso del signore Malatesta»Archivio di Stato di Siena, Concistoro 1589, Libro della Corona p. I-III.: 28 del Monte dei Nove, 35 dei Dodici e 61 del Popolo minuto. Inoltre tutte le commissioni furono fissate in una rappresentanza pressoché stabile e così ripartita: cinque (del Popolo Minuto), quattro (dei Dodici) e tre (dei Nove)G. Luchaire, Documenti per la storia dei rivolgimenti politici del Comune di Siena dal 1354 al 1369, Lione-Parigi 1906, doc. 63, pp. 161-163..

Se da una parte dunque vi fu una più ampia rappresentatività sociale, dall'altra permase un rapporto ambiguo con le consorterie nobiliari: i Salimbeni vennero infatti ricoperti di onori e ricompense: la donazione di sei castelli «per rimunerazione della bella opera aveano fatto» e un'identica immunità di quella riservata ai Signori Difensori (questo il nome che dal 23 ottobre presero i governantiG. Luchaire, Documenti cit., doc. 68, pp. 171-173) al potere. Probabilmente l'importanza loro riservata, che si evince anche dai documenti e dalle delibere in cui sono perennemente citati assieme al vicario imperiale – «domino Malatesta et illis nobilibus de domo Salimbenensium»G.Luchaire, Documenti cit. doc 58, pp. 149-150 – sono da leggersi come un tentativo da parte delle fazioni sempre più minoritarie nel neonato governo dei Riformatori (noveschi e dodicini) di bilanciare il crescente potere del Popolo minuto.

D'altro canto anche lo stesso ruolo del Malatesta, inizialmente servito al governo in una sorta di "benedizione imperiale" del nuovo corso, iniziava a farsi problematico per più di un aspetto, poiché si temeva un'ingerenza sempre più marcata negli affari governativi: il rischio concreto era che la sua giurisdizione potesse surclassare quella degli stessi Riformatori. Difatti oltre agli omaggi formali e alla presenza occasionale nelle cerimonie, alla riscossione dei tributi, vi furono anche provvedimenti quali l'elezione di una commissione governativa che lo informasse quotidianamente sulle vicende interne dello Stato seneseG. Luchaire, Documenti cit., doc 57, pp. 148-149.. Ed era sua l'autorità di concedere ai cittadini di portare o meno le armi. Inoltre lo stesso potere imperiale di stanza in città approvava ormai le varie delibere del nuovo regimeG. Luchaire, Documenti cit.,doc 69, pp. 173-174..

Altra questione che esacerbò gli animi già tesi per le divergenze di fazione fu la cessione all'amministrazione imperiale di alcune fortezze senesi, un provvedimento che creò un forte malumore popolare, tanto che lo stesso Malatesta ricercò subito un compromesso in cui si stabiliva che tale comando dei casseri fosse affidato solo a esponenti del Popolo minuto, e non a forestieri, che avrebbero governato per conto dell’ImperatoreG. Luchaire, Documenti cit., doc 69, pp. 173-174.

A questo dualismo di potere, coi popolari minuti che non sembravano in grado di disfarsi né delle fazioni "alleate" tantomeno della supervisione imperiale, si aggiungeva la non chiarita questione dei nobili sconfitti e di cui molti ormai in esilio dalla loro cacciata il 23 settembre. Se ai Salimbeni il nuovo regime aveva concesso enormi omaggi, rispetto ai magnati fuoriusciti e ostili c’erano da superare molti complessi problemi.

Non a caso il 25 ottobre, una disposizione imperiale intimava ai nobili il rientro, pena un'ammenda pecuniaria, ma la situazione era talmente contraddittoria che all'inizio di novembre il Comune fu costretto a dichiarare guerra alle famiglie più riottose: «è Talomei presero la terra di Montieri e Treguanda, è Malavolti Castiglioni, e per più luoghi comincioro i gentiliomini a guereggiare el contado di Siena» Cronaca di Donato di Neri cit., p. 622..

Dunque il nuovo regime perseguiva una doppia politica: da un lato l'intenzione di venire a capo della ribellione magnatizia, dall'altro timidi tentativi di conciliazione. Fu in questo quadro caotico in cui il nuovo regime ricercò delle negoziazioni con le altre casate che i Salimbeni, assieme alle fazioni ormai minoritarie nei Riformatori, ricercheranno l'azione di forza che si consumerà in gennaio.

I tumulti dell'11 dicembre 1368: il Popolo minuto diviene egemone Il clima era talmente teso che una congiura (fallita) da parte del Monte dei Dodici per riprendere il potere assoluto è segnalata al 22 novembreArchivio di stato di Siena, Concistoro 2171, n. 15., il che rende l'idea della violenta lotta di fazioni di quei mesi e che sfociò l'11 dicembre 1368 in una vera e propria insurrezione: «lunedì a dì xi di dicembre si levò uno romore in Siena, apensato per trattato di misser Malatesta e de' Dodici e de' Salimbeni con certi minuti di popolo per cacciare e uccidere li Nove; unde tutta la città s'armò col popolo minuto».

La Cronaca di Donato racconta quindi in un confuso regolamento di conti tra fazioni un attacco del vicario imperiale, affiancato dai dodicini, dai Salimbeni e dal Popolo minuto contro il "partito" novesco; la riunione del Concistoro del medesimo giorno riporta invece i "minuti" come soli artefici: «Insurgentem ad rumorem in civitate Sen. Populo Minuto et facto tumulto et clamore maximo»Archivio di Stato di Siena, Concistoro 50, p. 27..

A prescindere da chi effettivamente abbia acceso la miccia della rivolta, si evidenziò da subito un protagonismo estremo dei popolari minuti: la città si armò in loro sostegno, precipitandosi al palazzo pubblico e appiccando il fuoco alle porte. Infine «il suddetto popolo con massimo furore dispose l’Ufficio dei detti Signori ed espulse dal palazzo sette di loro, cioè tre della gente dei Nove et tre della gente dei Dodici, rimanendo in palazzo cinque dei detti Signori che erano del Popolo minuto. Venne poi in Palazzo il Signor Malatesta, che era vicario imperiale»Archivio di Stato di Siena, Concistoro 50, p. 27.

Dopo l'insurrezione si assistette alla cacciata dal governo di tutti i rappresentanti degli altri monti a eccezione dei rappresentanti dei "minuti" (un qualcosa che si ripeterà in modo identico nel 1371 dopo l'insurrezione degli operai della lana e la sommossa del Bruco), tanto che il Malatesta fu obbligato a esaudire in toto le richieste dei radicali: «se non si procede a tale riforma, continua il romore e il tumulto accompagnati da uccisioni ed altri delitti enormi»G. Luchaire, Documenti cit., doc. 76, pp. 181-186..

Furono pertanto nominati diciotto Riformatori, ai quali si sommano i cinque Signori rimasti a palazzo e quattro Salimbeni. Proprio dietro proposta di un Salimbeni, Reame, fu stabilito di comporre l’ufficio supremo di Quindici Signori chiamati “Difensori del Popolo di Siena”, tutti provenienti dai ranghi del popolo minuto.

Lo scontro

Le cause A seguito della rivolta antinobiliare del 23 settembre e dei moti dell'11 dicembre si era così giunti a una sostanziale egemonia del Popolo minuto all'interno del nuovo regime succeduto ai Dodici. Se nei primi mesi del governo dei Riformatori, le altre due fazioni (anch'esse in lotta tra di loro) non erano riuscite ad arrestare l'accesso degli strati più bassi della popolazione verso le magistrature comunali, lo stesso un governo che facesse convivere in pace i tre monti politici si rivelò un'illusione.