La Morte di Didone è un dipinto olio su tela (287×335 cm) del Guercino, datato 1631 e conservato nella Galleria Spada di Roma.
Storia
Il dipinto fu commissionato al Guercino dal cardinale Bernardino Spada per conto della regina di Francia Maria de' Medici.
Quanto mai singolari furono le circostanze che portarono alla commissione dell'opera. Nel 1627 il re di Spagna Filippo IV aveva ordinato a Guido Reni - tramite emissari residenti in Italia - una grande tela raffigurante il ratto di Elena. La realizzazione del dipinto da parte del Reni, che all'epoca teneva bottega a Bologna, fu personalmente seguita dallo stesso Bernardino Spada, anch'egli in quel tempo nella città delle due torri in qualità di legato pontificio. Dato il rango del committente infatti la questione aveva anche implicazioni politiche, di qui l'interesse per la vicenda dell'autorità pontificia. Anzi secondo alcuni studi, l'occasione fu utilizzata dalla Santa Sede per veicolare un messaggio diplomatico - celato nel supposto significato allegorico del quadro di Guido Reni - alla corte di Madrid, con la quale al tempo vi erano delle tensioni, sedendo sulla Cattedra di Pietro Urbano VIII Barberini, papa di simpatie filo-francesi, cioè gli arci-nemici della Spagna. Tensioni da collocare nel complesso momento politico segnato dalla Guerra dei Trent'anni che ancora una volta vedeva contrapposte le due maggiori potenze europee dell’epocaStefano Pierguidi, Il Ratto di Elena di Reni e il Suicidio di Didone di Guercino come metafora di Maria de' Medici, femme forte dall'esilio alla morte, in Studi Seicenteschi, Anno 2012, N. 53, pp. 91-109..
Una volta eseguito il dipinto, tra Guido Reni e gli emissari del re di Spagna sorsero aspri dissidi circa il compenso che spettava al pittore, al punto che l'affare andò a monte: il Ratto di Elena rimase invenduto.
Mentre tutto ciò accadeva, Maria de' Medici prese contatti con il cardinale SpadaBernardino Spada prima di assumere la carica di legato pontificio a Bologna era stato nunzio apostolico a Parigi entrando così in relazioni con la corte di Francia. perché questi si adoperasse affinché lo stesso Guido Reni accettasse la proposta della regina di recarsi a Parigi per eseguire delle opere che ella desideravaMaria in particolare sperava che Guido Reni accettasse di completare il ciclo di dipinti sulle gesta di suo marito Enrico IV che ella aveva commissionato a Rubens ma che il grande maestro fiammingo aveva poi lasciato incompiuto a causa dell'aggravarsi della crisi politica francese che riguardava proprio la regina madre.. Lo Spada colse l'occasione per proporre alla regina l'acquisto del Ratto di Elena, come in effetti avvenne: il dipinto del Reni prese così la via della Francia (benché Maria de' Medici non ne entrò mai in possesso).
Guido Reni però rifiutò il pur prestigiosissimo incarico, quindi Bernardino Spada prese nuovamente l'iniziativa nei confronti della regina e le propose come sostituto del Reni il Guercino. Maria de' Medici rispose al cardinale di non conoscere il pittore (in effetti Guido Reni era artista assai più noto del Barbieri) e che quindi, prima di accettare, avrebbe voluto vedere un saggio delle capacità del centese, ordinandogli un dipinto per il quale rimetteva allo Spada la scelta del tema. Scelta che cadde sulla morte di Didone Maria Lucrezia Vicini, in Rossella Vodret e Fausto Gozzi (curatori), Guercino 1591-1666 Capolavori da Cento e da Roma (Catalogo della Mostra Roma, Palazzo Barberini, 16 dicembre 2011-29 aprile 2012), Firenze, 2011, pp. 168-169..
Tuttavia a causa della di poco successiva definitiva caduta in disgrazia di Maria de' Medici, che dovette prendere la via dell'esilio, anche questo affare ebbe esito negativoOvviamente per la stessa ragione parimenti sfumò l’ipotesi della andata a Parigi del Guercino.. Il quadro rimase così a Bernardino Spada che cercò di venderlo senza riuscirci. L'iniziale proposito di alienare il dipinto venne poi abbandonato ed infatti esso tuttora si trova in Palazzo Spada, senza dubbio una delle opere di maggior pregio di questa collezione.
Significato allegorico
Da alcuni autori il dipinto del Guercino è ritenuto un pendant del Ratto di Elena del Reni, al quale si riallaccerebbe anche sul piano allegorico. Il presunto significato allegorico del dipinto di Guido Reni sarebbe un monito al re di Spagna, recapitato da Urbano VIII, circa le possibili conseguenze nefaste dell'espansionismo iberico in territorio italiano occasionato dalla Guerra dei Trent'anni, alludendo sia alla Guerra di Valtellina che alla Guerra di successione di Mantova, conflitti locali propaggini della grande guerra intra-europea in corso in Germania e nei Paesi Bassi. In buona sostanza il senso recondito del quadro sarebbe che, così come la brama di Paride, rapitore di Elena, fu conseguenza della Guerra di Troia e quindi della distruzione della sua patria, gli stessi rischi avrebbero potuto essere prodotti dalle troppo ambiziose mire spagnole sull'Italia. Tuttavia il soggetto della composizione col quale andrebbe identificato Filippo IV non è Paride, ma piuttosto Enea, cioè la figura maschile alla testa del corteo che indica verso il mare. Gli Asburgo infatti si reputavano discendenti del mitico eroe troiano e, ad ulteriore riprova della identificabilità di questa figura con il re di Spagna, originario committente del dipinto, si è notato che il personaggio che sta indirizzando Paride ed Elena verso le navi alla fonda ha sul cappello una gemma nella quale è raffigurata una miniatura dell'Ercole Farnese. Si tratta di un'ulteriore allusione ai miti fondativi della Casa d'Asburgo la quale, oltre che di Enea, si riteneva altresì discendente di Ercole Questa ricostruzione del significato allegorico dei due dipinti si deve ad Anthony Colantuono che ha indagato il tema nel saggio Guido Reni's Abduction of Helen. The Politics and Rhetoric of Painting in Seventeenth-Century Europe, New York, Cambridge University Press, 1997..
Una volta che il dipinto del Reni diviene di proprietà di Maria de' Medici - almeno virtualmente, posto che la regina questo quadro non lo vedrà mai - il cardinale Spada, indicando al Guercino, quale tema della seconda opera da inviare a Parigi, la morte di Didone, avrebbe completato l'allegoria anti-spagnola del primo dipinto, mettendo in guardia la stessa regina madre di Francia. Maria de' Medici infatti era stata (ed era ancora) fautrice di una politica di appeasement con Madrid e proprio questa linea di politica estera opposta a quella di suo figlio Luigi XIII e soprattutto a quella del di lui primo ministro, il cardinale Richelieu, era stata uno dei motivi principali della caduta in disgrazia di Maria, ormai confinata, di fatto prigioniera, a Compiègne e prossima al definitivo esilio. Il messaggio di Bernardino Spada, quindi della Santa Sede, per Maria era un invito a riflettere sull'errore di aver confidato nella lealtà di Filippo IV d'Asburgo, cioè l'Enea della tela di Reni: proprio come il tradimento del principe troiano ai danni di Didone portò alla disgrazia della regina di Cartagine, come mostra il Guercino, il tradimento della Spagna aveva determinato la rovina della regina di Francia.
Studi più recenti hanno riconsiderato la questione giungendo alla diversa conclusione che la coppia di dipinti abbia assunto la valenza di un'allegoria di Maria de' Medici in tempi successivi all'acquisto degli stessi da parte della regina (acquisto nel caso del Guercino nemmeno perfezionatosi). Bernardino Spada, infatti, oltre ad essere rimasto in possesso della tela del Barbieri, che per la fuga della sovrana da Compiègne non le fu mai inviata, aveva fatto realizzare una copia del Ratto di Elena da un allievo del Reni, Giacinto Campana, copia poi rifinita dallo stesso Reni personalmente (dipinto anch'esso ancora in Galleria Spada). I due quadri furono esposti insieme in una mostra tenutasi nel 1632 nella chiesa di Santa Maria di Costantinopoli a Roma, ove suscitarono notevole interesseQuesta mostra è ricordata negli studi storico-artistici anche perché nella stessa occasione vennero esposti, per venderli, i dipinti confiscati al nobile siciliano Fabrizio Valguarnera che questi aveva acquistato con i proventi di un furto di diamanti, scandalo che nella Roma del tempo ebbe ampia risonanza (si trattava di opere di Poussin, Pietro da Cortona ed altri). Va aggiunto che secondo alcuni resoconti dell'epoca ad essere esposta a Santa Maria di Costantinopoli in coppia con la morte di Didone sarebbe stata proprio la versione originale del ratto di Guido che quindi si dovrebbe supporre essere stata portata a Roma dallo Spada prima di inviarla in Francia. La circostanza però è dubbia. In effetti la mostra in discorso venne organizzata per vendere i quadri che vi furono esposti (nel caso dei dipinti del cardinale Spada senza esito). Ma per il ratto di Guido, già comprato da Maria de' Medici, ciò non sarebbe stato possibile. Probabilmente l'equivoco può spiegarsi considerando che messo fuori dalla circolazione l'originale del Reni, inviato in Francia e lì tenuto da parte in attesa che la sua augusta acquirente lo ritirasse (come non avvenne), la copia del Campana, peraltro rifinita dallo stesso Guido Reni, finì per essere l'unica testimonianza visibile dell'opera del maestro bolognese, attirando su di sé un'attenzione insolita per una copia. Ciò potrebbe aver causato un malinteso circa l'identità del dipinto esposto insieme all'opera del Guercino..
Secondo questa rilettura critica, l'idea che il Ratto di Elena (sia pure nella versione in copia del Campana) e la Morte di Didone fossero dei pendants il cui complessivo significato allegorico riguardasse le turbolente vicende politico-biografiche di Maria de' Medici, nacque piuttosto allora, concetto che poi si consolidò in seguito alla morte della stessa regina di origini italiane (1642)In quest'ottica quindi quando il cardinale Spada scelse la morte di Didone quale soggetto del dipinto del Guercino non avrebbe avuto alcun particolare intento allusivo e avrebbe indicato questo tema semplicemente perché esso era piuttosto in voga (a Bologna già raffigurato da Annibale Carracci in Palazzo Zambeccari e da allievi della scuola carraccesca in Palazzo Fava). Tutt'al più l'allusione si sarebbe fermata alla sola circostanza che per un dipinto destinato ad una regina si scelse un episodio che narra di una regina..
In questa chiave la composizione del Reni, con Elena portata lontano dalla reggia di Sparta, avrebbe acquisito il senso di un'allusione all'esilio di Maria de' Medici, mentre il suicidio di Didone del Guercino sarebbe stato inteso come un riferimento alla definitiva caduta in disgrazia della regina madre e quindi (dopo il 1642) direttamente alla sua morte.
Riprova di questa successiva trasformazione (o piuttosto assunzione) di significato si ritiene sia fornita dal pendant prescelto per la versione originaria del ratto di Guido Reni. L'opera infatti una volta inviata in Francia e non ritirata da Maria de' Medici a causa delle sue crescenti difficoltà politiche, venne fatta propria dal marchese Louis Phélypeaux de La Vrillière. Questi collocò il dipinto nella sua galleria parigina (oggi non più esistente, ma al tempo una delle più rinomate d'Europa) e come pendant dell'opera commissionò un quadro a Pietro da Cortona raffigurante Cesare rimette Cleopatra sul trono.
Ferma la metafora dell'esilio nel frattempo acquisita dal Ratto di Elena, il dipinto del Berrettini, invece, nel raffigurare la risollevazione di una regina scacciata dal trono, Cleopatra, verosimilmente auspicava la riabilitazione - non in chiave polemica nei confronti del re e di Richelieu ma piuttosto quale augurio di concordia nazionale - di una figura, quella di Maria de' Medici, che, nel bene o nel male, era stata una protagonista della recente storia di Francia.
Descrizione e stile